“ One Hour Photo “ o le disattese.

Giovanni Bianchi

 

 
 

 
 

Mettersi alla televisione per vedere un thriller con Robin Williams; ultimamente è di moda, poi ti dicono che l’autore è un Dio dei corti, Romanek, e che la fattura è buona. La trama sul giornale, copiata (scoperto molto dopo) dal Romanelli, enuncia di uno psico che vive di riflesso una vita  familiare di altri, finché scopre che il padre di famiglia tradisce e allora… Io ricevo un’attesa: thriller torbidagno, corredato di una buona fotografia. Mi ci metto e l’azione parte: una conferma: un poliziotto duro (negro e rasato, alto: fa duro spietato e ineluttabile) guarda in maniera perplessa,  ma perentoria, un R. W. (scritto così fa tanto K. di Kafka) seduto, in una stanza bianca davanti ad un tavolo grande e bianco, con l’aria frastornata. Questo dà un secondo impulso: ciò che è accaduto è terribile, ma riporta l’attesa al livello di cliché, la vizia di dejà vu, la squalifica. Ma (anticipazione) degradando il livello di gusto richiesto allo spettatore, spiazza quest’ultimo. Così debitamente “ingaglioffito” mi immergo nella visione della vicenda tutta in flash back, offerta quindi come un “precotto”.

 
         
 

 
         
 

RW è un tecnico dello sviluppo rapido di foto ai grandi magazzini, che ha predilezioni per una madre e i suoi due piccoli, clienti abituali, e colleziona le copie di tutto il materiale che la signora gli porta da sviluppare, e viene così descritto in primis l’idillio di un uomo solo che si intromette nella vita della donna (la traccia comincia a spostare l’attesa su di lei) e che vive, in parallelo e nel suo privato, un casto sogno di intromissione come membro di famiglia nelle di lei piccole vicende familiari. Il primo approccio con questa realtà ci viene presentato, nella storia, mentre, nella pace di casa sua, sviluppa l’ultima serie di foto dei suoi prediletti, la sciorina nel tinello, lungo le pareti, e comincia festosamente a conversare coi suoi muti (e ignari) ospiti. L’idillio viene descritto nei giorni sempre in ambienti naturali o interni ampi e luminoso, di luce tersa (siamo a Seattle), anzi il luogo di lavoro è con prevalenze di bianco asettico, ricco di vuoti, dove la presenza della gente non fa mai folla, e, essendo un grande magazzino, presenta le sue zone di colori vivaci, nelle concentrazioni di roba, ordinata, troppa, anonima, invasiva. L’umbratile, il raccolto è, quasi didatticamente, rivolto agli interni delle case. Questa disposizione delle cose, degli oggetti dell’atto visivo, entra quasi fastidiosamente nell’assuefazione che l’autore costruisce formalmente nel suo spettatore, al di là di quello che gli racconta. Comincia ora una serie di mosse e contromosse (del regista) volte a seminare indizi canonici che possono solleticare idee già tendenziose sulla natura un po’ patologica degli interessi di R.W. per la famigliola.

 
         
 

RW è pedofilo? E’ attratto morbosamente dalla signora? Emerge il fatto, nella quotidianità, che le sue insistenze hanno un limite invalicabile, oltre il quale non è accettato. Dopo i primi sviluppi gratuiti  passati come offerte premio per il cliente fedele, si passa a regali esagerati che imbarazzano, che suscitano diffidenza e anche (gentili) rifiuti, appostamenti e incontri che creano disagio per la loro frequenza, anche se la signora sembra cogliere la solitudine di RW.

Proprio quando si sta scivolando nel melo, cominciano ad apparire le falle dell’apparentemente quieta, anche se strana, vita del nostro eroe: c’è un caporeparto che comincia a prenderlo di mira per le sue assenze arbitrarie dal reparto, durante l’orario di lavoro, e per le sue incursioni in altri reparti dove sono stati sottratti articoli costosi. Il sistema che RW si è costruito è dunque fragile e insicuro. A questo punto, giunta al massimo la tensione del patetico, scatta l’evento che innesca il movimento risolutore.

 
         
 

Una ragazza dà da sviluppare un rotolino al nostro: è una cliente abituale con  cui RW ha confidenza. Altro tassello che si rivela: il nostro eroe, metodicamente, si fa una copia personale di quasi tutte le foto che gli passano sottomano. Mentre a casa sua procede a godersi i paesaggi ripresi dalla ragazza, scopre che il compagno di lei ritratto nelle foto, anche in atteggiamenti affettuosi, non è altro che il padre della “sua” amata famigliola. Orrore e disordine interiore. Mentre si agita sconvolto, esplode anche la sua situazione sul lavoro, su cui abbiamo già visto l’ombra della precarietà. Si scoprono feroci ammanchi di carta per foto nel reparto dove lavora (ecco tutti gli allegri e abbondanti sviluppi personali), e emergono le sue responsabilità, anche perché la sua preoccupazione per i nuovi sviluppi della “sua” storia familiare, gli fanno perdere prudenza e controllo negli atteggiamenti. Quando la madre viene a prendere l’ultimo sviluppo, egli le dà una copia del rotolino col fedifrago. La catastrofe del mondo di RW si sviluppa quindi su due piani, la crisi, più intuita che descritta, della famigliola, con cui i rapporti sono ora spezzati, e la perdita definitiva del lavoro, giocata invece in una sceneggiata fra l’eroe (in bianco camice) e il capo reparto (in nero) nell’anfiteatro bianco degli spazi del grande magazzino.

 
         
 

Siamo ora attratti (e, vedremo, distratti) dalla facile equazione: l’eroe frustrato si vendicherà del crollo del suo mondo, il ghigno patetico opaco di Robin Williams preannuncia buoni esiti per il cliché prevedibile. Questa offerta di banalità canoniche, solletica l’attesa di un “facile” liberatorio che abbassa le attese al trucido, e la maschera (che tale ora si rivela) dell’attore svia completamente lo spettatore fino a fargli assumere un ruolo di acquiescenza a essere liberato a basso costo dalla tensione che qui sfiora il fastidio. Ma anche il banale, legato al disagio che dà lo spettacolo di una frustrazione, si rivelerà uno strumento del regista.

 
         
 

RW comincia quindi a seguire la ragazza, e quando viene a sapere di un appuntamento fra lei e il padre di famiglia, in un classico albergo, interviene prenotando sotto falso nome una camera nello stesso luogo. E’ armato di un coltello da caccia, e di una macchina fotografica. A questo punto il punto di vista narrativo, che ha seguito finora praticamente solo RW, si complica, e l’evento atteso riceve un impulso d’ansia, perché la polizia sa che il nostro medita qualcosa: l’ipoteca della prima scena del film, dove RW e il poliziotto nero si guardano, ora ci dice che c’è un esito non pacifico. Le sequenze raddoppiano: RW si avvicina di soppiatto alla stanza dei due, il poliziotto lo cerca alla cieca in una sequenza di corse per i corridoi dell’albergo. Siamo alla “catastrofe”: RW bussa, fingendosi un addetto alle camere ed entra. In una sequenza concitata, parallela all’agitarsi dei poliziotti, sotto la minaccia del coltello e delle sue urla isteriche, obbliga i due coinvolti ad avere rapporti davanti a lui. Il terrore li convince, lui comincia a scattare. Un particolare: la macchina da presa non riprende mai l’ambiente nel suo insieme, per cui è la concitazione di chi vede che deve dedurre cosa succede. Poi con una ripresa dal corridoio, lo vediamo uscire e tentare la fuga. Seconda sequenza a intreccio: da un lato inseguimento e cattura, dall’altro irruzione dei poliziotti nella camera famosa. Si fermano: lentamente la macchina entra: lui è seduto sul letto, avvilito, lei piange nell’ambiente accanto, sotto la doccia, seduta. Silenzi.

 
         
 

La scena finale ci riporta a quella iniziale: la storia si chiude in circolo. Ora anche noi siamo, perplessi in attesa. Il poliziotto nero, vestito di nero, chiede solo di capire; lo spettatore è ancora escluso: non viene detto niente su quello che è accaduto. Prima viene appagata l’ovvietà: drammatica, banale perché vera, deducibile. C’è lo sfogo di RW che tranquillizza il nostro io razionale, ma introduce un dato nuovo: si può, dice l’eroe, costringere un bambino, che vuole solo la sua famiglia, si può costringerlo a fare e a vedere ciò che è brutto e disgustoso? Siamo all’ultima disattesa: l’accusa è metalinguistica, colpisce chi sta guardando: cosa volevate vedere?

Il poliziotto assume ora un volto indecifrabile: è sconcertato, sconvolto, sorpreso e cos’altro: eppure ne sa ancora più di noi. RW si ricompone e chiede: posso avere ora le mie foto? La maschera nera gliele dà, non c’è disprezzo, è sconvolto, irritato, cosa? lo lascia solo e si ritira con le sue...certezze? E ci lascia al vero finale.

 
         
 

Anche noi vediamo le foto, che RW, con un espressione indecifrabile, come le sa fare Robin Williams, comincia a stendere sul grande tavolo bianco che, ce ne accorgiamo solo ora, ha sempre avuto davanti. Ma la nostra attesa, che il regista ha abbassato di livello con continui tranelli, riceve l’ultimo colpo di rovesciamento, e chiudendo apre un altro discorso. Le foto, un centinaio, sono meticolosi particolari della stanza d’albergo, i passanti dei teli da doccia, le luminosità delle superfici bianche della vasca sotto diverse angolazioni, parti del pavimento delle pareti degli infissi, gli oggetti minuti. Nessun particolare umano. Gli oggetti neutri e puliti, di un luogo orribile, dove sono avvenuti fatti orribili, cancellati dalla semplicità degli oggetti puri ed umili. RW sorride, mentre lo spettatore, cancellate tutte le sue solleticate aspettative entra a far parte della storia e assume l’espressione dell’unico simile che ha incontrato, il perplesso uomo nero.

 
         
 

Non c’è una morale; c’è una serie di riflessioni non tanto sulla storia che è banale, ma sul fatto che il gioco è tutto sul punto di vista, e l’etica che attraversa il film è sempre intorno all’uso delle immagini e all’effetto dirompente che hanno nel nostro quotidiano così come nel nostro immaginario, sulla violenza di un mondo di oggetti utile, ma che spara intorno messaggi che non sempre decifriamo e controlliamo. Infinite altre suggestioni, le più strane: come la pace è necessaria, ma fuori dal suo contesto di violenza, può essere percepita come banale, come in un mondo di nere e contorte attese, la meraviglia può venire dalla semplicità, e, per finire, come dice il francese, che ora non ricordo, ripensare che, talora, tout le monde aboutit à un geste, tutto si esaurisce in un gesto. Si potrebbe continuare.

 
         
 

associazione - statuto - rivista - indice del numero - news - espace