L'Elisir di Lunga Vita

Le acque termali della Val di Pejo e della Val di Rabbi.

Michele Pavolini

 

 
 

 

 
 

Oltre a quelle di Bormio, che appartengono alla classe delle solfato-bicarbonato-alcalino-terrose-radioattive e sono, come noto,  poste nella parte lombarda del suo vasto territorio, il Parco Nazionale dello Stelvio offre nel settore trentino acque  termali di rinomata qualità, che, conosciute da diversi secoli, attirano, grazie alle loro proprietà curative, un numero elevato di frequentatori. 

 
         
 

Bagni di Rabbi basa la sua attività termale sulla fonte antica, che sgorga presso il torrente Rabbies e che è stata  chiamata “Aqua forte” o anche “elisir di lunga vita”. Si tratta di un’acqua di tipo ferruginoso, con una forte concentrazione di anidride carbonica che, si dice, fu scoperta dal pastore Bastianel del Michi che si accorse di come le capre che vi si abbeveravano, producessero una maggiore quantità di latte. Nel 1671 venne stampata la prima pubblicazione  ad opera di Cristoforo Passi, che illustrava le qualità terapeutiche della  fonte. Già nel Settecento erano numerosi i viaggiatori che raggiungevano Bagni di Rabbi, la cui fama crebbe notevolmente, tanto che ne fu consigliato l’uso all’imperatrice Maria Teresa d’Austria: l’acqua veniva imbottigliata e venduta in molte località dell’Impero.

 
         
 

Nel 1833 la stazione termale fu frequentata da oltre 1550 persone  e, dopo l’incendio del 1851, si ebbe una ristrutturazione dello stabilimento e Bagni di Rabbbi conquistò un posto importante a livello italiano grazie anche all’opera di divulgazione delle acque e della salubrità del luogo  da parte di illustri personaggi, tra cui Antonio Stoppani, che così ne descrisse le caratteristiche:

Qui si affretti a venire chi, sano o malato, ama respirare un’aria balsamica, asciutta anche  quando piove o diluvia; chi ama la quiete e la libertà e detesta, come io detesto, il rumore, il lusso, la schiavitù dei luoghi di cura molto frequentati.

 
         
 

Nel Novecento, al contrario, si è avuta una decadenza del centro termale che però , nell’ultimo periodo, è tornata ad ospitare un numero crescente di frequentatori..

 
         
 

Anche la Fonte Antica di Peio (quella alpina è utilizzata per l’ imbottigliamento dell’acqua, di tipo oligominerale) è di tipo acidula-bicarbonata-ferruginosa: è la più ricca d’Europa in anidride carbonica, da cui la naturale effervescenza e la stimolazione delle mucose gastriche con aumento del senso di appetito e il miglioramento dei processi digestivi. Le acque sono utilizzate per la cura delle anemie (grazie all’alto contenuto in ferro), degli eczemi e delle psoriasi. L’azione dell’anidride carbonica è efficace nel campo  delle vasculopatie, della cellulite e delle  patologie di microrcircolo. In campo urologico svolge un’efficace azione diuretica ed antiurica  e combatte la formazione dei calcoli. Inoltre è indicata nelle malattie delle alte vie respiratorie, comprese quelle di derivazione allergica, dovute agli acari e alle polveri di casa.

 
         
 

 
     
 

La prima menzione storica delle terme di Pejo risale al 1549 e già nel XVI secolo iniziò un discreto afflusso turistico. Nel  1660 venne pubblicata una monografia scritta in latino che raccoglieva le osservazioni dei medici lombardi, svizzeri e tedeschi del tempo sulle proprietà curative delle acque:  in particolare i medici si soffermarono sulla loro azione digestiva.

 
         
   
     
 

A nord di Malè, nella sua parte settentrionale del Trentino occidentale, s’interna l’amenissima Valle di Rabbi, percorsa dal Rabbiès, chiusa a Mezzodì da monti vestiti di bosco, a settentrione da pendici ammantate, di fossati picchiettati, di casucce, ed a sera da alti picchi e ghiacciai”.

   
         
 

Così descriveva la Val di Rabbi Ottone Brentani all’inizio dell’Ottocento, una descrizione che ancora oggi sarebbe valida. La Val di Rabbi, detta di Saent nella sua parte alta, sul piano naturalistico, è probabilmente la più interessante delle  quattro valli che sono comprese nella parte trentina del parco Nazionale dello Stelvio

Dal punto di vista litologico l’area è formata nella parte alta da rocce metamorfiche, paragneiss, micascisti e  filladi quarzifere; presso la Cima Sternai è presente un’intrusione di porfidi granitici, uno dei pochi affioramenti di origine vulcanica dell’intera area protetta.

 
         
 

I fenomeni idrografici sono legati all’abbondanza d’acqua nella zona, ricca di precipitazioni e dotata di ghiacciai posti alla testata della Val di Saent, che alimentano il torrente Rabbies. Il torrente è caratterizzato nella parte superiore del suo corso da due bellissimi salti, quello superiore e quello inferiore. Si tratta di due salti d’acqua, i più belli di tutto il Parco Nazionale dello Stelvio, che formano un’unica cascata che supera un dislivello di circa 8o m. CosiAntonio Stoppani descrisse il corso del torrente Rabbies nella zona delle cascate: 

La valle va assumendo ora il carattere alpino, col suo torrente che mugge in mezzo agli scogli, colle sue sponde ravvicinate e cupe, da cui discendono orride frane”.

 
         
 

Tra le altre cascate della valle si segnalano quelle di alto dislivello di Valorz e quella del Ragaiolo, ad Ovest di Bagni di Rabbi, che supera in tre salti un dislivello di 45 m in una forra ricoperta di larici. Importanti sono anche alcune torbiere e alcuni laghi di origine glaciale, tra cui quelli di Sternai, significativi sul piano naturalistico.

Gli aspetti fitogeografici sono facilmente comprensibili tenendo conto del fenomeno delle fasce di vegetazione disposte a diverse altitudini: le essenze predominanti sono gli abeti che formano boschi misti con il larice, mentre il lariceto prende decisamente il sopravvento oltre i 1800 metri di quota. Sono presenti anche esemplari monumentali visibili lungo il percorso recentemente attrezzato della scalinata dei larici monumentali, che inizia presso Malga di Saent sul pianoro a monte delle cascate. Si tratta di una ventina di larici di età compresa tra 300 e 400 anni e con circonferenze massime fino a 4,70 indicato negli appositi dettagliati pannelli informativi.

 
         
 

Ricchissima anche la flora fungina: al proposito è da ricordare che l’abate Giacomo Bresadola, uno dei più grandi micologi di tutti i tempi, esercitò parte della sua attività a Magris, un piccolo centro all’inizio della Valle.

Proprio alle  fasce differenziate di vegetazione si deve la presenza di habitat eterogenei: la fauna è ricca, ma i grandi mammiferi (orso, lupo, lince) sono praticamente scomparsi. Tra gli ungulati i più numerosi sono il camoscio e il cervo, alla cui diffusione si deve però la riduzione dei caprioli, spesso costretti ad allontanarsi in quanto sconfitti sul piano della competizione alimentare. Il cervo si presenta ormai in soprannumero e, a causa delle forti nevicate dell’inverno 2001 (complessivamente sono caduti ben 22 m di neve), alcuni esemplari, quelli malati o più deboli sono purtroppo deceduti; altri sono stati invece salvati da cure prestate dal personale del parco.

Numerosi sono i mammiferi di dimensioni medio-piccole, mentre l’avifauna, oltre che da specie tipiche degli alvei dei corsi d’acqua come il merlo acquaiolo, è rappresentata da rapaci: l’aquila e il gipeto, che si credeva scomparso, ma che è stato recentemente avvistato

 
         
 

Sul piano antropico,  si segnala il debole popolamento della valle, rimasta quasi disabitata fino al 1220, quando vi giunsero i primi abitanti, postisi probabilmente in cerca di nuovi pascoli, dalle valli vicine.

Delle attività tradizionali, ora rivalutate dall’Ente Parco, che ha rimesso in attività un antico caseificio e le due segherie veneziane  a Bagni di Rabbi, rimangono come segni sul paesaggio e sul territorio i “baiti”,  posti nell’alta Val di Saent tra 2000 e 2400 metri di altezza: si tratta di  piccole costruzioni con base di pietra, strutture in legno e scandole di larice: tra questi il bait di Sa Vec. A quote meno elevate sono invece tipiche  le malghe e i masi, con basamento in pietra, utilizzate come stalle, e strutture superiori in legno, utilizzate invece come fienili. Per lungo tempo la lavorazione del formaggio e quella del legname sono state le attività principali, che possono essere ora seguite al caseificio di Somrabbi e alle segherie veneziane.

 
         
 

La segheria veneziana (così chiamata per la sua larga diffusione nei territori della Repubblica di Venezia) sfrutta il meccanismo della ruota dentata azionata dalle acque, in questo caso quelle del torrente Rabbies. Nella valle di Rabbi ne troviamo due, una presso lo stabilimento termale, l’altra circa un chilometro più a monte. Risalgono al settecento e sono ancora funzionanti. Ciascun macchinario è chiamato con un termine dialettale: il telaio è il “tela”, la biella è il “gambo”, la ruota idraulica è il “rodin”, la lama dentata è il “segon”,  il carro trasportatore è il “car della sega”.

La gestione delle risorse naturali si esercitò a partire dal XVIII secolo attraverso le consortele, forme di cooperative, simili in qualche modo alle Società di mutuo soccorso, che sostituirono l’antico ordinamento feudale.

 
         
 

Solo intorno al XVIII secolo si ebbe lo sviluppo di una nuova attività, quella termale, legata allo sfruttamento dell’Antica Fonte ferruginosa, ricca di anidride carbonica: Bagni di Rabbi divenne un centro importante nell’Impero Austroungarico e poi in Italia, anche se nel corso del Novecento si è avuta una certa decadenza. Attualmente la Valle di Rabbi offre ancora un ambiente poco antropizzato di straordinaria bellezza, per un turismo a misura d’uomo.

 
         
 

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