PS1

Ovvero uno sguardo dal ponte dell’arte...

Attilio Maltinti

 

Arrivare al P.S. 1 e tuffarsi tra le opere di 120 giovani artisti/e di New York e dintorni, presentati nella mostra “Greater New York 2005  Artists”, è sicuramente un’avventura che non lascia indifferenti. Il percorso va giocato con curiosità e divertimento. Il suo pregio è la continua scoperta; il rischio è la saturazione per l’eccesso di offerta da “consumare” in una volta sola.

Andiamo per ordine. Cos’è il P.S.1?  E’ la sezione staccata per l’arte contemporanea del MoMa, ovvero il Centro per l’Arte Contemporanea ad esso affiliato.

 

 
 

Il nome “P.S.1” sta per Public School n°1 di N.Y. (ce ne sono molte altre, in ordine progressivo, sparse in tutti i dipartimenti della città e ancora funzionanti come scuole pubbliche)

Quello del P.S.1 è un grande edificio in mattoni, dimesso dalla sua funzione specifica e riciclato come contenitore ospitante per mostre d’arte.  E’ rimasto intatto nella sua struttura originaria, volutamente mantenuta nella sua dimensione archeologica: ampie aule, modesti corridoi, strette ma numerose scale di accesso e di uscita nei corpi principali. All’interno sembra di rivedere la scuola dove veniva ambientato e girato (manco a dirlo) il serial televisivo americano “Saranno famosi” trasmesso dalla Rai circa vent’anni fa.

 
       
 

Gli ambienti sono pressoché gli stessi. Ma in quegli ambienti è possibile trovare oggi le nuove proposte dell’arte americana (newyorkese) e le tendenze emergenti o consolidate  dell’arte contemporanea.

Così, in quelle stanze, possiamo imbatterci in opere talvolta poetiche, talvolta drammatiche; cogliere le proposte di delicata figurazione o avvicinarsi a sconvolgenti installazioni creative, gustare effetti speciali-video oppure oggetti apparentemente dismessi e abbandonati all’oblio o recuperati in una metamorfosi che ci riconduce alla ricerca di senso sottraendoci alla distrazione.

 

 
 

Peter Cain

 
       
 

Possiamo incontrare, tra laser e polistirolo, fantastici personaggi di Peter Cain in forme di alieni che potremmo essere noi.  Oppure farci catturare, passandogli accanto, dall’opera di David Ellis, composizione collocata in verticale su una parete e composta da marchingegni, vecchi grammofoni dai mille ricordi, strumenti variamente orientati , circuiti di collegamento a microfoni e casse di risonanza per cui, a lunghi intervalli, è possibile vedere questa struttura prendere movimento ed emanare delicati suoni, e ritmi, e piccole luci.

 
       
 

 

David Ellis  
 

O soffermarci davanti alle pitture di Angela Dufresne con le sue “città sull’acqua” dall’inquietante e pur affascinante ecologia.

 
 

 

 

 

 

 

 

Angela Dufresne

 
     
 

Ian Burns

Possiamo anche sperimentare un “Epic tour”, opera interattiva di Ian Burns dai rimandi esistenziali, viaggiando con una cabina di legno semovente, su un binario di legno che attraversa tortuoso una stanza con soste e segnali, dalla evidente metafora di un viaggio dentro l’0pera, con l’opera.

 
       
  O seguire la performance di Clifford Owens dal titolo, tutto da esplorare, “Dimmi cosa fare con me stesso”.

 

 
  Osservare il “Brain storming” di Ryan Johnson con i suoi originali manichini in cartoncino, simili a uomini-massa dalle forme dinamiche che rimandano a Boccioni, ma materializzano l’affresco della nostra società.

 

 
 

Ryan Johnson

 
       
  Tobias Putrih

Sostare accanto ai plastici oggetti di Tobias Putrih, peraltro costruiti ritagliando e sovrapponendo strati di cartone ondulato, poggiati a terra o sospesi in aria, che appaiono pieni o vuoti, pesanti o leggeri, a seconda del punto di osservazione e collocati in una stanza piena di luce naturale che attraversa le opere. Luce che si riflette poi sui quadri contenenti i disegni preparatori dell’opera stessa, i quali sembrano essere un progetto razionale a fronte di un prodotto che appare, lì nella stanza, più legato al fantastico.

 
       
 

Ammirare i tre bei disegni di sottilissime linee a matita che rappresentano forme di grandi lottatori.

Farsi sorprendere dall’opera di Wangechi Mutu composta da innumerevoli vermiglie farfalle (in realtà piccole gambe aperte femminili con ali) dislocate su tre pareti con effetto libero e armonioso ma in una stanza dal cui soffitto pende un filo con bottiglia rovesciata da cui esce ogni tanto una goccia di liquido rosso sul pavimento in prossimità di una sedia.

 
Wangechi Mutu  
       
 

Cheyney Thompson

Riconoscersi in una “Edicola” di Cheyney Thompson, dalla veste colorata e dai significati legati al quotidiano vivere la comunicazione e la metacomunicazione.

 
       

Divertirsi a studiare i particolari dell’aereo di cartapesta di Misaki Kaway che incombe sull’atrio con i suoi variopinti personaggi/pupazzo.

Misaki Kaway

       
 

Adam McEwen

Riflettere sulle foto ri-capovolte di Adam McEwen che riportano Mussolini e la Petacci appesi in piazza Loreto, ri-collocati in un ribaltamento dell’episodio reale, con un rimando al problema della esatta collocazione delle cose.

 
       
 

Coinvolgersi emotivamente nella drammatica rappresentazione di Cordy Ryman che ha ricostruito un box (un lager? una prigione? Una casa? Una famiglia? Un ambiente di sofferenza?) che guardano terrorizzati in alto verso lo spettatore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cordy Ryman

 
   

E ancora girare intorno alla triplice bella opera di Banks Violette, dai materiali cromaticamente luminosi… O a quella di Mark Swanson posta nel sottosuolo, o di Dominic McGill dal sinuoso andamento di un ‘murale’ sospeso in una grande sala e dai risvolti sociologici.

 

 
  Banks Violette

Mark Swanson

Dominic McGill

 
       
 

 

Leo Villareal

Gina Magid

 
   

Fermarsi alle opere di Leo Villareal; di Gina Magid; di Adia Millett; di Jason Fox...

 

 
 

 

 

 

 

 

 

Adia Millett

 

 

 

 

 

 

 Jason Fox

 
 

E siano appena a 20 artisti su 120. Tutti da guardare.

Come Alice nel Paese delle Meraviglie ho finito il mio giro, rutilante di sensazioni, di immagini, di stati d’animo positivi e di qualche perplessità. Ma soprattutto pieno di domande sempre ricorrenti: dove va l’arte contemporanea? A cosa mira? E’ possibile trovare un filo conduttore interpretativo che leghi esperienze e linguaggi così diversi?

Alla fine, anche se le risposte rimangono – almeno in parte - sospese, resta una riflessione sul luogo. Cos’è il P.S.1, questo P.S.1?  E’ senz’altro una “piazza”, uno spazio aperto alle significative esperienze nel panorama dell’arte contemporanea; ai modi, ai linguaggi, ai bisogni, alle ideologie, alle direzioni, ai clamori, alle riflessioni, alle espressioni dell’arte di oggi.

E’ il luogo che favorisce l’incontro tra il pubblico e i movimenti dell’arte.

E’ una piccola “agora” (ma dalla grande risonanza) in cui è possibile osservare le proposte del  lavoro artistico, operare il confronto, constatare il punto di arrivo, permettere il punto della situazione.

Esso è un catalizzatore di idee in riferimento allo stato dell’arte contemporanea.

 E’ dal 1971 che esiste questa struttura che ha occupato un posto preminente fra i centri d’arte contemporanea americani e dal 2000 è affiliato al Moma. Da allora ha reso più internazionale la sua collocazione.

 
   
   

 

   
 

... e uno dal ponte dei sospiri

E’ sempre una bella esperienza visitare il P.S.1. Eppure, senza fare indebiti paragoni, affiora una riflessione. Noi, in Italia, abbiamo “qualcosa” che si chiama  “Biennale di Venezia” che costituisce una piazza internazionale di eccellenza sull’arte contemporanea. Come (non) dimenticarlo?

E a proposito dell’ultima Biennale mi è venuto spontaneo un accostamento riferito a due opere: una collocata all’Arsenale, all’aperto, l’altra collocata al P.S.1, nel piazzale di ingresso.

Sono due opere, a mio avviso, per qualche aspetto parallele nella concezione; due produzioni che raccolgono l’eredità dell’Oriente e dell’Occidente anche se poste su due diverse sponde dell’Atlantico.

 

 
 

enemy's arrows

 
   

La prima era posta nel verde del piccolo giardino al termine del percorso dell’Arsenale. E’ l’opera dell’artista cinese costruita con enormi canne di bamboo dall’aspetto leggero pur essendo una trama solida e imponente, aggraziata come un passo di danza. E’ un’opera a mio avviso straordinaria che coordina natura e spirito, forma e struttura, tecnica e creatività. Parla di anima, di esistenza, di progettualità, di poesia.

La seconda, posta nel piazzale esterno del PS1, è una struttura metallica variegata e articolata in estensione più orizzontale con movimenti in alto e in basso e con tele di raccordo tra le parti. Fa pensare ai disegni di Leonardo da Vinci in preparazioni delle ali per lo studio sul volo. E’ una tensostruttura  estremamente snodata che si espande nello spazio , si inserisce nei cortili vicini, librandosi e abbassandosi come in un tentativo di movimento. Un’espressione di tecnologia creativa.

Due opere che forse parlano uno stesso linguaggio per contenuti differenti.

O forse vogliono dire la stessa cosa in due forme diverse.

Due opere similmente rappresentative su continenti diversi.

Che sia un segnale?

 
       
 

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