PANIC  IN  PRATO

DAL CARBONIZZO ALL’ ARTE CONTEMPORANEA OLANDESE

Elisa Martelli

 

La mostra Territoria (12/06 - 25/09/2005) si presenta come una stimolante occasione per coniugare siti archeologici industriali con opere d’arte contemporanea.

 

 
 

 
       
  L’artista Thom Puckey, oltre a partecipare alla mostra ha svolto il ruolo di curatore coordinando, assieme a Stefano Pezzato, una ventina di artisti olandesi appartenenti a diverse generazioni in un’esposizione che partendo dal museo Pecci, con il cinema di J. Koelewijn, e toccando la pista ciclopedonale (con l’opera permanente di G. Assmann) arriva fino alla Villa del Mulinaccio e alle fabbriche della Val di Bisenzio. Proprio qui ci si addentra nel cuore della mostra che tenta una conciliazione fra arte e antiche fabbriche tessili, facendo dialogare le opere con l’ambiente circostante. Gli artisti infatti prima di realizzare le opere hanno soggiornato nel nostro territorio esponendosi all’influenza del genius loci proprio di questa zona, come suggerisce Emilirio Baldi rifacendosi a Norbert Schulz.  
       
  La mostra si apre sul tetto del Gruppo Tintoriale di proprietà Beccaglia, mecenate che ha ispirato l’intero progetto, con “Panic in Prato” opera della Stienstra, tre sculture in bronzo di una bambina in cui il senso del gioco si lascia contaminare dall’espressione di paura del volto e dal titolo inequivocabile. L’edificio racchiude poi nel cortile interno una scultura di Puckey, La Mitragliera, realizzata in marmo bianco, levigato, perfetto, raffigurante un esile nudo inginocchiato.  
       
  Osservando l’opera frontalmente però notiamo come la donna ritratta sia tutt’altro che seducente, i denti sono grandi e pronunciati in avanti, ma ancor più questa presenta una certa ambiguità riscontrabile nell’organo sessuale. Molteplici suggestioni s’intrecciano in questo lavoro: classicità cui rimanda l’uso del marmo, quasi in un’accezione funeraria, paganesimo nella figura androgina, nonostante la postura rimandi alla preghiera cristiana. La scultura è poi posta su di un basamento in resina che si apre su di un lato a formare una grotta da cui esce un albero, sulla superficie è poi presente un ramo tagliato, realizzato in marmo, con la forma di un mitra. I vestiti o l’uniforme piegata, così come i segni sul terreno ricordano quelli di un mezzo cingolato, facendo sembrare l’opera l’epilogo di ciò che nella Cartaia sembra in preparazione.  
       
  Salendo nella valle la Cartaia, progettata da Nervi, ospita opere perturbanti, tormentate in un allestimento che non le appende alle pareti ma al soffitto mostrandone alcune lateralmente, altre frontalmente, di altre opere ancora solo il retro; viene così demandata al pubblico la ricerca di un percorso fra le colonne dello stanzone serpeggiando fra opere che sbarrano il passaggio o lasciano intravedere le altre.  
       
  Il suggerimento della presenza di uno spirito del luogo mi sembra perfettamente calzante per “Kingdom” di G. Frieling, murales all’interno dell’ ex-Romei, fabbrica tessile dismessa e destinata ad essere abbattuta; l’opera è infatti caratterizzata dalle piante della zona giaggioli e cardi, gli uni legati alla tintura gli altri alla tessitura,  dipinti con minuzia a costituire una sorta di tappezzeria estremamente vitale e luminosa, destinata però a morire con il muro che la ospita. Unico raggio di luce in un ambiente buio dove incombono enormi figure cilindriche in poliestere, versione contestualizzata dell’uomo delle foreste realizzato in legno da T. Claassen nella Riserva naturale dell’Acquerino.  
       
  La scoperta dell’arte olandese si tinge di provocazione, una realtà a noi piuttosto vicina, in qualche modo familiare, magari conosciuta per i tulipani, gli spazi verdi, Van Gogh ed i coffee shop appare tormentata, unheimlich cioè perturbante (vedi il saggio di Freud Il Perturbante). Una società che appare integrata, aperta lascia intravedere un’inquietudine di fondo (impossibile non pensare all’uccisione di Theo Van Gogh) sublimata, silenziosa nell’opera di Puckey: un basamento in resina  su cui sono posti, in marmo, un’uniforme con due granate, un tronco tagliato e dei pneumatici.

Da segnalare infine, fra le opere presenti nell’ex stabilimento Peyron,, nato come fabbrica di tappeti, chiuso durante la seconda guerra mondiale (a causa dell’origine ebrea dei proprietari) e riaperto successivamente come lanificio, due lavori di  J. Körmeling.

 
       
  Per l’opera “Compliment machine” l’artista ha installato due registratori a lato di una porta, premendo il pulsante di uno ascoltiamo una voce femminile dire “sei meraviglioso”, dell’altro una maschile con la frase “sei meravigliosa”, esempio di una comunicazione di coppia appagante quanto priva di senso, una sorta di comunicazione paradossale che creando circolarità nei messaggi impedisce una metacomunicazione sui problemi della coppia. L’opera “Hole in the cloud” invece è costituita da una grande nuvola, che ricorda più un meteorite, appesa al soffitto su uno sfondo blu intenso, da questo si irradia una luce che avvolge la miniatura di una donna in costume sdraiata su di un lettino. La luce è però innaturale (il buco nell’ozono?) e ricorda in versione bonsai il suggestivo sole a mezzanotte di O. Eliasson alla Tate Gallery di Londra.  
       
 

 
       
  Al di là delle opere la cosa che più mi ha colpito è stato il tentativo di suggerire una nuova destinazione d’uso a fabbriche dismesse che vada oltre la conversione (indubbiamente remunerativa per i proprietari) in unità abitative. Parlando con la simpatica signora che faceva da custode alle opere alla Cartaia, e che si era trovata suo malgrado a dare il via al video di M. Colburn, contenente anche scene di film porno sapientemente dipinte e rielaborate, ho scoperto, assieme a qualche pettegolezzo, com’era organizzata l’attività nella fabbrica, cos’era il carbonizzo e quali disagi poteva arrecare agli abitanti della zona.  
       
 

I giovani inseguendo l’arte vengono a contatto con realtà a loro lontane, così come l’ex tessitore si avvicina all’arte in luoghi a lui familiari, il fatto poi che la sua sola speranza sia la demolizione della fabbrica per la nascita di un parcheggio è un’altra storia.

 
       
 

 
       
 

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