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Doppio senso dal colore al tatto Mario Bettocchi
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Per caso, più di trent’anni fa, visitando uno studio di un disegnatore di tessuti, mi sono trovato davanti alle sue “tavolozze” di colori (cartelle, filzuoline, roselline, referenze, tirelle[1]), ciascun colore aveva accanto il nome: cipria, carta zucchero, verde alloro, celeste madonna… nomi di fantasia. Mi sono ingenuamente domandato: esiste un dizionario con tutti i colori e accanto il loro nome vero? Cosa sono i colori? Quanti sono? Il tecnico mi rispose in modo evasivo e aggiunse “per i nostri tessuti è molto importante anche la mano”, ma non ci feci caso. Quelle semplici curiosità mi spinsero a cercare una qualche prima definizione di colore sul vocabolario. Vocabolari diversi, diverse definizioni. Poi nelle enciclopedie. Tutte le definizioni mi sembravano sorprendentemente incomplete. Avevo bisogno di spiegazioni, di storie… Le definizioni trovate trascuravano che si può anche sognare a colori, che ci può essere quindi una interiorità totale, senza stimoli esterni, senza senso (sono ammesse battute). L’avventura era appena iniziata e già si perdeva in mille rivoli diversi: riti, culture, tecniche. Ogni colore può essere in relazione a frequenze di luce o a combinazioni di frequenze, può essere ottenuto per sintesi sottrattiva o additiva, sfumato o schiarito. Se ha un nome, ha anche una sua storia: perché il Magenta si chiama così? Perché, noi italiani preferiamo il nome azzurro fiordaliso, glauco o turchese, a ciano? … Poi ho provato ad andare oltre, a leggiucchiare cosa ne pensavano pittori, tecnologi, scienziati, poeti, filosofi. Non avrei mai immaginato di “incontrare”: G. P. Seurat (il neoimpressionista del divisionismo), A. H. Munsell (rappresentazione dello spazio dei colori), E. H. Land (quello della polaroid), Isac Newton (scomposizione della luce in colori), J. W. Goethe (Farbenlehre, la teoria dei colori), A. Schopenhauer, il solito Leonardo da Vinci e tanti altri… Ho scoperto che senza il loro contributo non esisterebbero le macchine fotografiche, la televisione (sigh!), i monitor e le stampanti a colori. A Prato ho poi trovato chi mi ha dato delle piccole lezioni su come abbinare i colori: per ottenere effetti gradevoli, equilibrati, aggressivi…un’infinita possibilità. Tuttavia la sorpresa maggiore è stata quando ho letto che ognuno di noi ha uno spazio colore differente (vede un numero diverso di colori); e che lo spazio colore delle donne è mediamente più ampio. Che vediamo, a diversità delle scimmie, il rosso, e ciò, prima di tutto, per necessità. A noi manca infatti un enzima, che invece hanno le scimmie, che serve a digerire bene la frutta acerba. La componente rossa del colore ci servirebbe quindi per identificare la frutta matura. Gli uomini che non vedono il rosso hanno quindi più probabilità di morire. Oggi a causa del semaforo, ieri a causa della digestione. Come si vede anche Darwin avrebbe da dire la sua. La selezione della specie è determinata e determina, o se preferite influenza, la capacità di visione ereditabile. Quello studio costituì per me un’occasione di vita culturalmente eccitante e professionalmente importante. Non vi annoierò raccontandovela. Quello che mi domando è se la vita avrà voglia di concedermi un’altra avventura simile. La mia città mi suggerisce, dopo i colori, un’altra sua magia: la mano (il tatto). Ogni senso è fitto di misteri, ma questo mi sembra più primitivo, più misterioso degli altri. Quelle che seguono sono le carte che mi sono capitate in “mano” all’inizio del viaggio, per ora nulla di più. Il solito Leonardo da Vinci questa volta mi ha lasciato un po’ a secco: “De' cinque sensi, vedere uldir odorato sono di poca proibizione, tatto e gusto no”. Il tatto è dunque spesso proibito, “gioco di mano gioco di villano”. Il tatto non se la passa meglio neanche con Kant, anzi arriva ultimo in classifica: “Il senso della vista, se anche non è più indispensabile di quello dell'udito, è il più nobile, perché esso di tutti è quello che più si allontana dal tatto, cioè dalla più ristretta condizione percettiva” (da “Antropologia pragmatica”). Giocoforza mi son’ dovuto rivolgere a chi della “pragmatica” ne fa una ragione di vita. Ho chiesto a tre o quattro dei più importanti titolari di rifinizioni pratesi: cos’è, in cosa consiste, la famosa mano di Prato? Mi è stata data una risposta troppo vasta e vaga: “se vuoi sapere se un tessuto è di Biella devi leggerne la cimossa parlata (dove c’è scritto il produttore), se vuoi sapere se è un cardato pratese basta toccarlo!”, per fargli tirar fuori la loro esperienza ci vuol ben altro che una semplice domanda! Sembra sempre che sappiano fare, senza sapere.
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In ogni caso pare che oggi la maggior parte dei capi di abbigliamento si acquisti sulla base del confort, della piacevolezza ad indossarli, per la loro mano”. Così hanno detto anche al convegno di Artimino del 2005: nei nuovi negozi di abbigliamento è ora possibile non solo indossare i capi, ma anche accarezzarli, maneggiarli, sgualcirli, ammonticchiarli. Vanno di moda gli abiti “vintage”, lisi, perché danno la sensazione di essere più confortevoli. Gli operai addetti alla nobilitazione dei tessuti mi hanno parlato di: smerigliatura a buccia di pesca, a pelle di daino, a polvere di talco, poi di vaporosità, d’invecchiatura, di delavé … per ora non ci ho capito un gran che (fa anche rima). La cosa ha quindi anche un risvolto economico produttivo. Che male c’è! La Cupola del duomo di Firenze fu finanziata dalla corporazione dell’arte della lana, e il progetto del Brunelleschi fu scelto anche perché, o forse proprio perché, costava meno, aveva bisogni di minori impalcature. Se si riuscisse a certificare che un tessuto è superiore al kashmir come sensazioni tattili e confort, tanto di guadagnato! Tornerò umilmente a bomba, a domandare al vocabolario: che cos’è il tatto? “Organo di senso specifico che permette il riconoscimento di alcuni caratteri fisici'' quali la forma e la durezza' degli oggetti che vengono in contatto con la superfice esterna del nostro corpo; al tatto per denotare la sensibilità specifica nel suo determinarsi; morbido duro, liscio, ruvido. Dal latino tangere 'toccare'”. Dal Nuovo Vocabolario della lingua italiana G. Devoto – G. C. Oli.
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Questa definizione mi ha fornito una qualche prima “dimensione” del tatto: 1. rotondeggiante - spigoloso 2. morbido - duro 3. liscio – ruvido Leggendone altre ho aggiunto: 4. caldo - freddo 5. asciutto - bagnato 6. piacevole – doloroso
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Ho così trovato sei dimensioni, almeno l’ultima si può anche solo sognare, come i colori. Se fossi Newton ne aggiungerei un’altra per arrivare a sette, così come lui ha aggiunto l’indaco per arrivare ai suoi “sette colori dell’arcobaleno”. Sette è un numero magico, sarà per questo che l’indaco ha creato la magia dei jeans. Visto il risultato bisognerebbe proprio arrivare ai “sette tatti”! Ciò che ci perviene dai sensi è necessariamente soggettivo: qualcuno trova piacere nel toccare una pesca, altri fastidio. Siamo in grado di sentire la temperatura solo per differenza alla propria, uno che ha la febbre, poco può dirci sulla febbre di un altro. Similmente avviene per la sensazione di umido o di asciutto o di assorbente, che va posta in relazione allo stato della nostra mano. Andranno considerate anche le combinazioni delle varie “dimensioni” tattili come nel caso di: tumido, viscido, appiccicoso... Altra cosa rilevante è che per poter provare molte sensazioni tattili è necessario il movimento: la carezza o la pressione della mano o lo stropiccio delle dita. Ecco una raccolta di verbi legati al tatto: accarezzare, afferrare, impugnare, lambire, lappare, mollare, palpare, piegare, pizzicare, premere, prendere, pungere, raddrizzare, schiacciare, sfiorare, smerigliare, spremere, stirare, strizzare, strofinare, tastare, tirare, torcere. Quale unità di misura per il tatto? Non so se esiste. Un buon punto di partenza per definire uno spazio tattile mi pare essere il concetto di soglia di Ernst Heinrich Weber (1834), ovvero la più piccola differenza percettibile tra due stimoli diversi (Just Noticeable Difference). È concettualmente valida per tutti i sensi. C’è in ogni caso da scommettere che il giorno in cui metteremo insieme lo spazio multidimensionale del tatto, quello delle donne sarà più esteso! Così come già sappiamo per la vista e l’olfatto. Sensi preziosi, insieme al gusto, per la cura della prole nei suoi primi giorni di vita. Qual è il nome delle sensazioni tattili?: arido, asciutto, aspro, attaccaticcio, bagnato, bollente, caldo, consunto, cedevole, duro, elastico, flaccido, flessibile, floscio, freddo, ghiacciato, glabro, irto, ispido, leggero, levigato, liscio, liso, molle, morbido, peloso, resistente, rigato, ruvido, scattante, scottante, sodo, solido, tenero, tiepido, umido, untuoso, vellutato, vischioso. Forse ho indicato qualche parola di troppo, ma una parola tira l’altra. Sicuramente ne manca qualcuna, ognuna meriterebbe la sua spiegazione. Verrebbe voglia di fare una verifica empirica, un laboratorio sul tatto: tanti visitatori che dicono la loro su: carte vetrate di varia finezza, talco, lana, velluto, seta, oggetti umidi e asciutti, rotondeggianti e spigolisi, caldi e freddi… o una mostra da tutta da toccare… magari bendati… Tempo fa ho provato a lanciare l’idea di una ricerca-convegno sul tema, non ho avuto fortuna, era troppo azzardata. Lo hanno invece fatto a Pisa: sull’aptica (dal greco apto, che significa tocco). Bertrand Russell ha scritto:“Le sensazioni sono intersezioni tra mente e materia” (da “Analisi della mente”), per questo lo studio dei sensi ha un campo di applicazione vasto e trasversale. Lì, a Pisa, è stato studiato rispetto alla chirurgia robotizzata. Per il chirurgo è indispensabile provare sensazioni tattili. Senza la riproduzione delle sensazioni tattili non è in grado di operare a distanza, od usare tecniche robotizzate microinvasive. Gli potrebbero sfuggirebbero le parti da unire, oppure potrebbe lesionarle stringendole troppo. Probabilmente mi sono già perso, non so più dove sono… per ricordarmi che sono solo all’inizio, riporto qui l’incipit d’un libro da tutti conosciuto, “La mano di Prato”: “Nella mano è l’uomo, il più segreto di lui o quanto lui stesso non sa o non gli comoda sapere. La mano lo legge, lo interpreta in ogni chiave filologica, sino a divenirne profetica lui malgrado” (Armando Meoni). Per quanto ora tali parole mi appaiano profondamente diverse dalla prima volta che le ho lette, non fanno che infittirne il mistero. Mi sia pertanto permesso di dire che della mano non conosco il gioco. Vi prego perciò, a mani giunte, indulgenza! Una mano sarà infin gradita al principiante. (email: mario@bettocchi.it) [1] Insieme di piccoli campioni di filati disposti con un qualche criterio coloristico o produttivo, per tinta/sfumatura, per titolo/composizione o per costo/disponibilità. Ha una funzione analoga alla tavolozza del pittore. È da questi campioni che il disegnatore trae i filati da combinare per realizzare il tessuto desiderato. Si sceglie in base ai colori e al costo, ma anche avendo in mente la mano che il tessuto dovrà avere.
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