Prato diffidente

Riccardo Farinelli

 

In virtù di quel che sono e del lavoro che svolgo, mi sorprendo spesso a pensare a questa città cercando di interpretarne il pensiero. il quale, naturalmente, si rende evidente attraverso la sua gente, le sue istituzioni, la sua stessa struttura.

Prato passa ai suoi stessi occhi come una città pratica, che bada al sodo, come si dice.

Del resto, in virtù di questa logica, Prato è diventata la città industriale che tutti sappiamo. Mi pare che “l’esser pratico” significa, in primo luogo confrontarsi con la realtà e dunque conoscerla per elaborare risposte concrete, incisive.

Non so se la Prato attuale applica ancora questa regola relativa all’esser pratico, certamente non lo fa sull’argomento specifico della cultura e a quanto ad essa si lega.

Da quasi trenta anni seguo le vicende culturali di questa città, con poche eccezioni e limitate nel tempo; ho sempre preferito, se si vuole con una certa caparbietà, restare nella mia città convinto che il radicamento e il senso di appartenenza fossero un valore, un punto di ricchezza spendibile in senso culturale. Così ho visto nascere e poi morire gallerie d’arte, associazioni di cultura, grandi iniziative. Seppellite senza troppi rimpianti; i pochi tentativi di rimpiazzo sono deboli e sempre più lontani dalla città. Me ne chiedo la ragione e lo chiedo a tutti. In base all’esperienza, azzardo delle riflessioni.

La prima e forse la più importante, è generale e riguarda proprio Prato e la sua gente la quale pare vedere, almeno a livello cosciente e razionale, l’evento di cultura come marginale, surrettizio, poco rilevante all’interno di una città che “bada al sodo”. Questo ha creato il terreno di coltura per due atteggiamenti complementari: la diffidenza e l’utilizzo dell’evento culturale come pura immagine ovvero come punto di nobiltà aggiuntivo, da spendere sul mercato, quello in virtù del quale si “bada al sodo”. Se questo non accade, l’esperienza viene bruciata senza ritegno, seppellita, dimenticata. E’ accaduto così con le gallerie d’arte (era intanto nato il Centro Pecci, più appetitoso) e con le associazioni di cultura delle quali non si è mai compreso il ruolo riducendole, quando va bene, a luogo dove spendere lietamente il tempo libero stimolando una programmazione da circolo ricreativo; cosa di per se più che dignitosa ma che è un’altra cosa. E’ accaduto così ad iniziative potenti e di grande suggestione come, ad esempio, il Laboratorio di Luca Ronconi del quale si volle vedere soltanto i soldi spesi e non la potenziale ricchezza derivata dalla stimolazione alla riflessione, vero compito dell’evento culturale, tanto più utile ad una città della quale era già possibile leggere i segni di una crisi e la volontà di ripensarsi in termini globali.

Lo vedo accadere adesso, di nuovo, con il Centro Pecci la cui storia è paradigmatica di quanto dicevo prima circa diffidenza e immagine spendibile. Di nuovo si parla solo di soldi come se questi fossero improvvisamente diventati un’astrazione e non, invece, una entità concreta che si profonde per produrre fatti concreti: anche per fare una stoffa mi risulta sia necessario un progetto che prevede determinati macchinari e addetti. Ma il problema è: qual è il fatto concreto che al Centro Pecci si richiede? La risposta alla città. Ricordo solo la prima regola per “esser pratico”: conoscere la realtà, ovvero la sua complessità, per elaborare risposte concrete ed incisive. Regola valida anche in campo culturale; non c’è infatti risposta incisiva possibile senza un progetto chiaro e concreto; che non potrà esserci senza un confronto di conoscenza. Ma senza un progetto chiaro e concreto non ci saranno finanziamenti.

Magari non è inutile, nel frattempo, tornare a ricordare che il fatto culturale non è cultura ma ne rappresenta la resa visibile. Dunque se si è diffidenti lo si è della propria cultura; se si crede che sia solo un’immagine nobilitante (poi spendibile) non si pensa di essere un popolo produttore di cultura. Ma è davvero così che Prato pensa a se stessa?

 
       
 

 

 
 

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