Gialli d’Arte (2 – fine):

Il pilastro e la guglia

Giovanni Bianchi

 

 
 

 

   
 

Quando nel vorticare dei dubbi sulla possibilità di creare sospetti sulla sua ortodossa rispettosità della Santa Fede nell’opera sua, sospetti che si potevano ingenerare dal fraintendere l’ornato del suo cielo del San Carlino, il Borromini si decise a cercare monsignor Diego, perché ascoltasse i suoi ripensamenti, dato che, infine, era sua la commessa dell’ordito poi eseguito, passò del tempo prima che si decidesse. Poi, un giorno, di furia risolse di parlargli subito, e lo inseguì per tutta Roma, saputo che ebbe trovarsi il Monsignore a girare per diversi luoghi. Lo incontrò infine nell’antico tempio dietro la Navicella, quel Santo Stefano Rotondo, luogo di edificanti, ancorché monotoni, affreschi sui supplizi patiti dai Santi Martiri, e in sì poco ameno luogo, a parte il refrigerio dalle calure estive, poté, e da solo, interloquire con lui.

 
 

Monsignor Diego prevenne ogni suo dire e, in un certo senso, lo confuse circa quello che intendeva chiedere, affermando, come lo vide, che si aspettava una sua visita, dopo tutto quel tempo. Confortato tuttavia dalla buona accoglienza, il Borromini accennò allora, come per inciso ai convenevoli, alle sue curiosità circa il modello del disegno della nota volta dove si aveva il ripetersi vorticando del piccolo segno che assomigliava a un sette, cercando di dissimulare le preoccupazioni che gli eran sorte, più mondane invero che devote.

Allora il monsignore lo sorprese definitivamente raccontando a sua volta come fosse curioso da tempo di chiedergli contezza circa la soluzione che aveva dato alla volta ellittica con quella fuga verso il punto luminoso della divinità, soluzione che lui trovava mirabile. Al che il nostro architetto, abbandonò ogni sospettoso ritegno e, colto nell’amor dell’arte sua, parlò dell’idea suggeritagli dalle condizioni della commessa, quelle relative al rapporto della superficie del San Carlino col pilastro di San Pietro. Era la costrizione delle pareti che aveva slanciato la chiesa in una idea di verticalità, interrotta solo da costrizioni materiali apparentemente incidentali (l’ellisse dorata con il titolo della chiesa: SANCTISS.TRINITATI etc.).

 
 

 

A tanto entusiasmo di artefice che parla delle sue cose, monsignor Diego capì che il Borromini aveva visto, ma non aveva capito, e mentre l’altro s’infervorava si domandò quanto poteva dirgli senza turbare la sua semplicità di questioni filosofiche, dato che le sue maniache elucubrazioni, al di là della vasta scienza che pure aveva, non andavano oltre le vicende connesse alla sua arte e la maestria assoluta, questa sì, delle arti della pietra, del disegno e delle architetture.

Doveva contentare quell’ansia che aveva portato lì, a scoprire una sua certa confusione, un personaggio pure così schivo, ma non doveva creargli altri più perniciosi dubbi. Pensò fosse ormai cosa acconcia raccontargli una storiella, e magari fargli un dono, che poteva tornare utile come il disegno per il San Carlino, utile alla sua segreta causa, causa innocente per chi vive nella verità, ma pericolosa in mano agli spaventati ignari di quei tristi tempi di persecuzione.

Cominciò allora, il Diego, con l’affrontare con lui la questione del piccolo disegno che ingenerava la geometria dalla volta famosa. Ascoltò il Borromini, fascinato, un chiaro e sovrabbondante racconto di cose antiche, che lo calmò e di cui ritenne l’essenziale. C’erano antichi miti egizii, i cui simboli furono raccolti dalla tradizione dei nostri cristiani ne’ loro musaici, che raccontavano antiche creazioni. Quella di Hermopolis, legata al dio dalla testa di ibis, narrava che questo nume della saggezza aveva creato il sole pronunciando quattro parole corrispondenti a quattro coppie legate ai quattro elementi primordiali: l’oceano, l’acqua che si cerca una via, l’oscurità e Ammone, il dio celato nelle cose, che poi nella credenza egizia diventò un dio sovrano.

 
 
 

Non stette il Diego a dire al suo ascoltatore che nel primo racconto, vivo ancora nelle terre al di là del grande deserto, si diceva che all’origine di questo mondo c’era un caos liquido e increato in cui si agitavano quattro coppie di rane, lucertole, serpenti e simili che tutte insieme depongono un uovo su un mucchio di terra fuor dall’acque: simili riferimenti ad un universo che si forma da sé potevano confondere il nostro amico. Ecco ricostruibili i segni, ecco il “7”, un po’ anche “?”, formato da un tratto alto maschile ad angolo retto, ed uno basso femminile, dallo spigolo più gentile. Nell’ottagono rotante del sole, il primo costituisce i raggi vivificatori, il secondo circoscrive il corpo ardente del sole. E nell’uso musivo piamente recuperato dai primi cristiani, ecco ancora il tratto maschile che crea la croce salvifica del Cristo, simbolo della resurrezione, dalla morte, e il tratto femminile che costruisce i semi della vita, il tutto scaldato dalla luce divina del sole.

 
 

 

Quando si lanciava in queste fantasie di ferrea logica, Diego si compiaceva delle sue capacità. Ma quando incontriamo i segni, chi può dire se veramente fantastichiamo oppure semplicemente leggiamo ciò che Altri ha scritto? L’importante era condurre il trepido architetto su un terreno di dottrina sicura e rassicurante insieme. Perché affliggerlo con la simbologia dell’infinito universo et mondi che aveva portato qualcuno, al volger del secolo, sul rogo in Campo de’ Fiori, con la croce che è ponte fra i soli dei mondi, e i semi si raccolgono per generarne altri futuri?

 

 
 

Come raccontargli il mistero del “7”, piccola scure con cui gli egizi riaprivano alla vita la statua che raffigurava il defunto, perché la sua anima immediata, quella legata ancora al corpo sussistente nel sepolcro, avesse accesso ai conforti di cui la tomba era stata riempita? Cosa avrebbe giovato alle sue mediocri sicurezze sull’aldilà la centralità di un segno legato ai morti e che  garantiva, in una danza oltre umana il ritorno perenne dei mondi? Torniamo a dargli ciò che si è meritato, il dono, pensò il Diego, e che può dare ancora dell’utile dal segno di luce che quest’uomo si porta dentro.

Borromini, nel rutilare di queste spiegazioni, nuotava incerto ma soddisfatto in un mondo di geometrie e sfere celesti che gli erano famigliari. Quando poi il Monsignore tornò sul discorso della chiesa-pilastro, era quindi pronto ad accettare di tutto. Il Diego allora lo portò con sé nelle latebre delle incompiute opere murarie attorno al tempio cristiano circolare, e del V secolo, di Santo Stefano, rimestato da Niccolò V e glorioso del seggio marmoreo di Gregorio Magno, e da un armadio posto in un recesso atto a sagrestia estrasse un polveroso oggetto. Il Diego ripartì per un itinerario strano, che maestro Francesco rispettosamente accolse alla sua attenzione ritenendone l’essenziale che poteva intendere, e forse a tale esito erano avviati gli straordinari circuiti elocutivi del Monsignore.

La sostanza del tutto, quale comprese il nostro architetto, fu che i pilastri che uniscono la terra al cielo del divino, hanno una peculiare qualità: devono comunicare nel segno come ci sia una tensione tra la terra e il cielo che crea un legame e una intercomunicazione. Ora l’opera dell’uomo aveva costruito dei modelli strani, ma efficaci, e anche nei popoli semplici, come quelli di là dal grande deserto: ecco uno strano paniere rovesciato, con la base circolare e il tetto quadrato, come quelli usati dalla gente semplice di cuore nei secoli, che si ergeva verso l’alto con un fusaiolo. Questo fusaiolo filava una spirale di rame, che usciva dalla terra grazie all’opera di un demiurgo arcaico e saliva verso il cielo in un torciglione che si ergeva appunto verso l’alto.

Ecco il dono, che all’artista poteva servire come stimolo alle curiose e nuove soluzioni per combattere ciò che i tempi e la concorrenza erodevano di continuo: l’essere moderni. Cosa giovava dire di più al demiurgo segnato dal genio, per l’opera nascosta di ergere al cielo nuovi pilastri, nuove colonne vertebrali dell’altro Demiurgo, il Sesostri egizio, attorno a cui furono incordate le piramidi, la Vergine delle guglie delle Nostre Signore disseminate nell’ordine della celeste costellazione nel Nord della Francia?

Negli occhi del Borromini già brillava una soluzione per il suo sogno su Sant’Ivo alla Sapienza, nel cuore di Diego, il figlio di un’Africa antica e spossessata, la certezza che Roma, cuore della fede trasfigurata e piegata alla necessità dei tempi, avrebbe presto avuto, sotto gli occhi di tutti, un altro segno segreto che avrebbe protetto la città. La notte già copriva la loro visione, col suo buio che non è fatto di nulla, ma di meravigliosi disegni sottratti alla debolezza della nostra capacità di vedere.

 
       
 

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