Guardare l’arte come una palla al piede

 

 
 

 

 Il museo Pecci è nato nel 1988. Sappiamo tutti la storia. E’ nato per volontà della famiglia Pecci e l’accordo con il Comune di Prato. All’interno dell’accordo c’erano anche altri soggetti: L’Unione Industriali e l’allora Cassa di Risparmio. Non c’era la Regione Toscana.

Il Pecci è nato a Prato, uno slancio in qualche modo isolato, giusto in un certo senso, ma con il solo appoggio locale. Due domande:

1. in che senso possiamo definire ‘giusto’ lo slancio che ha portato a realizzare il museo?

2. può un museo di arte contemporanea vivere localmente?

 

 

 
       
 

La risposta alla prima domanda deve essere inserita in un contesto più generale. Alla base dell’idea di un museo di arte contemporanea c’è la percezione dell’isolamento italiano rispetto ai grandi flussi di creatività.

Naturalmente l’Italia resta un grande museo complessivo di arte classica, ma sembra tagliata fuori dalla ricerca estetica viva. Non in quanto assenza di artisti moderni, ma in quanto assenza di luoghi in cui gli artisti possano riconoscersi, transitare, esprimersi. Gli artisti italiani, in un mondo globalizzato, nascono quasi casualmente in Italia per andare fuori, dove l’arte viene fatta, vista, commercializzata, cioè dove l’arte contemporanea vive. In Alcuni luoghi d’Europa: Londra, Parigi, Barcellona, Madrid; o fuori d’Europa: New York, Tokjo, Shanghai.

L’esistenza di artisti italiani non significa che esista l’arte contemporanea in Italia, o per lo meno significa che ne esiste assai poca, in subordine e priva di esprimere una presenza tale da significare qualcosa per la popolazione in quanto tale. La popolazione ignora l’arte contemporanea – nel senso che non la vede, nella stessa misura in cui l’arte contemporanea italiana ignora la popolazione italiana – nel senso che non si mostra

Si può vivere senza arte contemporanea?

 

 
 

No, senza arte contemporanea non si può vivere, si può solo sopravvivere, anzi si può appena sopravvivere e con incertezza. Un paese che si fa museo, viene visitato come museo, ma non viene considerato come interlocutore, non vi si intrecciano rapporti d’intesa, non ci si conversa, non si progetta insieme perché insieme non si vivono il gusto, le tensioni, le contraddizioni, anche le angosce e il vuoto della nostra epoca contemporanea. I rapporti che si instaurano sono rapporti fra antichi uomini rinascimentali e uomini contemporanei che ci guardano dall’alto di un’età diversa, nelle nostre teche, con le nostre statue, con il nostro odore di tempi passati.

Non si fanno commerci fra specie di uomini così diverse, non si progettano gusti comuni, la vita economica stessa vive alla luce pallida della persistenza del passato, sempre più flebile, sempre più fiacca. Manca l’energia dell’attrazione, anche della contraddizione e del contrasto fra pari che lottano per la vita, e che si misurano, si esprimono, mostrano la loro espressività moderna, tormentata, contrastata, ma viva e attuale.

Un museo di Arte Contemporanea al centro di una Regione che è la sede dell’arte classico-rinascimentale è stato il tentativo di uscire dalle catacombe, di buttarsi nella luce del giorno, di guardare in faccia gli uomini del nostro tempo e di cominciare a parlarci.

 
 

 

Il contatto con il nostro tempo non è solo arte figurativa, è anche musica, teatro, danza, cinema, computer-art, scrittura e una crescente contaminazione di ogni genere con ogni altro.

Ma può questa contemporaneità esprimere l’Italia? Perché no? L’Italia esprimerà se stessa, ma solo se saprà collegarsi con il suo tempo. Solo allora potrà farlo nel suo modo specifico. Del resto le scuole di teatro, di danza, di cinema, i laboratori di scrittura creativa, e di ogni altro genere sono in continua moltiplicazione, ma vivono nelle periferie, nei sobborghi, nei sotterranei, crescono e restano invisibili, vivono ma le istituzioni – cioè i padroni della vita e della morte delle forme di una società – non danno loro la luce e quindi, per quanto siano massa, non hanno vita.

Seconda domanda: può dunque un museo d’arte contemporanea vivere localmente?

Naturalmente no. Non è nella sua natura. Esso può vivere solo se diventa attrazione e luogo di scambio, se porta a Prato persone diverse, se contribuisce a portare questo luogo a contatto con la contemporaneità. Un museo di arte contemporanea fatto per i pratesi non ha senso. I pratesi vivranno il loro museo e il museo parlerà ai pratesi solo quando il museo sarà in grado di parlare ad altri centri vitali.

Perché la regione ha lasciato solo il museo Pecci?

Mancanza di fondi? Scelte diverse? Propensione a concentrare l’arte a Firenze, anche quella contemporanea?

Difficile rispondere a queste domande. Dovrebbe farlo la regione. Certo sarebbe una ben triste idea quella di favorire Firenze che è un grande centro la cui personalità rinascimentale resta incancellabile e da non cancellare, ma a cui gioverebbe avere nelle vicinanze una caratterizzazione diversa.

Difficile rispondere a queste domande, ma sarebbe utile riuscire a formularle e a passarle al soggetto regione in modo da avere delle risposte, in modo da individuare la strada da percorrere per il futuro, sperando che il futuro non debba significare la decadenza del nostro museo, di questa spinta che è nata come istinto di sopravvivenza e di uguaglianza con gli uomini del nostro tempo.

Sono stati fatti dei conti. E’ giusto. I conti devono essere fatti, si devono controllare e devono essere sempre trasparenti.

Resta importante però anche lo spirito con cui si guarda ai conti che si richiedono. Questo è l’ultimo passaggio di questo intervento.

Il Consuntivo 2004 del Pecci mostra con chiarezza un deficit di 387.000 euro su un totale di 3.100.000. Il deficit si aggira quindi sul 10 per cento. Non è poco, né è uno sbilancio esagerato. Non deriva da cattiva amministrazione ma da mancati finanziamenti. Diciamo che per essere in pareggio il bilancio avrebbe dovuto poter contare su 3.500.000 di entrate circa – del resto, le altre due realtà comparabili in Italia, Rivoli a Torino e Mart a Trento, hanno entrate che si aggirano sui 6.000.000 euro annuali il primo e assai di più il secondo.

Hanno maggiore affluenza, maggior impatto le altre due realtà citate? Hanno maggior impatto e maggior affluenza.  Probabilmente godendo di finanziamenti simili anche il Pecci potrebbe avvicinarsi agli stessi risultati. Potrebbe non limitare la sua visibilità e la visibilità delle sue iniziative alla sola redazione informativa e a due manifesti per tutta Prato. Potrebbe anche crescere il numero delle proprie iniziative, integrarle, sfruttare gli spazi che ha, come il teatro all’aperto.

Potrebbe risparmiare? Probabilmente, forse. Queste sono cose che solo gli esperti e gli addetti possono giudicare. Ma si sono criticate iniziative di ottimizzazione della struttura, o si sono guardati i conti additando la scarsità dei rientri delle vendite dei biglietti.

Qui bisognerebbe dire qualcosa di chiaro:

la struttura non è in condizioni meravigliose e lasciarla deperire non sembra una delle soluzioni più lungimiranti.

Le vendite di biglietti non fanno bilancio, o vi contribuiscono in minima parte. Un museo non è un’impresa produttiva in sé. Lo è come elemento di una macchina più ampia – la città, il paese, i cittadini - i cui rientri non sono diretti al museo stesso, ma ad altri elementi di quella macchina complessiva, la quale deve dunque finanziare il museo in maniera adeguata agli scopi che gli sono connaturati. La vendita di biglietti non va guardata in relazione al bilancio, ma ai compiti che ci si prefigge, come misuratore e come indicatore di ciò che deve esser fatto e di ciò che resta da fare.

 

 
 

La conclusione di questo primo round istituzionale in merito al museo sembra essersi concluso con una musica piuttosto lugubre: i tagli decisi sono stati generali, le prospettive lasciate aperte praticamente suicide (niente mostre), gli aspetti simbolici emersi sono quelli di un’astuzia funerea (Unione Industriali e Banca – poiché non si faranno mostre – hanno deciso di tagliare due terzi dei loro pur magri sovvenzionamenti), gli impegni presi per coinvolgere l’altro necessario e naturale interlocutore – la Regione Toscana – assenti.

Naturalmente la vita continua, anche quella delle istituzioni. Ci auguriamo che queste ultime sappiano trovare altre strade oltre ai tagli di bilancio, che soprattutto sappiano trovare i modi e gli interlocutori per non rinunciare a uno strumento che può essere tanto più utile quanto più il periodo che stiamo attraversando è minacciato dalla crisi, che sappiano avere un’immaginazione produttiva e lungimirante.

 

 
 

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