da Celle a Prato

Labyrinth

Attilio Maltinti

 

 
 

 Il labirinto come forma simbolica appare una delle proposte ricorrenti nel lavoro  di Robert Morris.

 

 
   
 

 

Dall’opera situata nel parco di Villa Celle, realizzata in marmo a fasce  bicrome, a quella esposta alla mostra al Centro Pecci, composta di travi di legno e di specchi, è possibile cogliere la continuità di un’idea, una serie di percorsi labirintici che sono anche itinerari intellettuali.

Non  solo sentieri spaziali autopercettivi, ma anche riflessioni sull’autocoscienza e manifestazioni della molteplicità dell’io che cerca se stesso.

Se nell’opera di Celle (che rimane una delle più straordinarie del genere) appare ancora voluto il riferimento al labirinto tradizionale- peraltro reso  più problematico dall’inclinazione del terreno con lo squilibrio percettivo del camminamento che ritorna allo stesso punto di partenza-  a Prato, al Centro Pecci,  il labirinto perde pareti di pietra e assume superfici specchianti.

Nella mostra, la forma/labirinto si presenta già nei tracciati-video circolari rimandanti ad uno specchio in movimento che non aiuta a trovare un punto di riferimento certo e sicuro né aiuta a identificare un appoggio stabile,  duraturo per la visione.

Il punto di ancoraggio risulta inafferrabile. O meglio esso è continuamente trasferito ad un altrove indefinito. Tutto è in divenire. Ogni elemento spinge ad uno sforzo di ricerca  di un punto che sia il filo conduttore dell’opera e che ci conduca al suo aspetto iniziale, o ti avvicini a... quello finale.

Quale sarà il senso di questo movimento? A che punto siamo del percorso visivo? Dov’è la direzione giusta in cui guardare? Quale la possibile spiegazione (la  via d’uscita) dal girare di queste immagini?

 

 
   
 

 

Quando entriamo nell’opera strutturata con travi e specchi che ci accoglie a metà percorso, ci prende la stessa domanda: dove siamo? In quale grotta delle meraviglie? Dove ci troviamo esattamente? E cosa ci dicono questi specchi che riflettono, in prospettive sempre più lontane, la dimensione dello spazio nel quale è immersa la nostra immagine?

Quest’opera, apparentemente semplice, è sottilmente inquietante: ti immerge in una situazione di staticità provvisoria, ma ti proietta anche in uno spazio indefinito (e indefinibile) appena ti muovi nel raggio degli incroci.

Del labirinto classico essa rompe alcuni schemi: non ti fa  (intra)vedere di volta in volta gli spicchi del percorso, ma ti dà subito la visione del tutto: la prigionia di essere al centro di una situazione spaziale senza orientamento.

E’ proprio qui che la esperienza sensoriale  (in senso metaforico: psicologica, esistenziale) si complica. Gli specchi infatti, collocati in quattro punti pressoché simmetrici della sala, dovrebbero costituire altrettanti punti cardinali; in realtà non offrono ‘certezze’ perché rimandano, con le immagini  moltiplicate all’infinito,  ad altrettanti indefiniti spaziali;  dislocano il tuo proprio punto di vista, rimandandolo a quello opposto. Così hai perso la bussola: come in ogni altro labirinto.

E anche se cambi posizione spostandoti sulle travi, ti trovi in  mezzo a incroci di linee - reali e virtuali - che ti inducono sia all’inganno, sia alla suggestione dell’immagine riflessa che comporta comunque un effetto illusorio.

 

 
   
 

 

Il labirinto può essere il riflesso (lo specchio?) dell’anima; non sempre o non necessariamente negativo. L’indagine introspettiva e visualizzata, può portare anche ad esiti di felice scoperta. Il percorso dedalico del labirinto classico, affascinante nella sua mitologia, ha lasciato il posto al labirinto medioevale che fa della mente uno spazio intellettivo per l’esercizio della logica nella scoperta della verità. Qui, nella mostra, la visualizzazione del labirinto ha portato ad una riflessione sullo spaesamento dell’uomo e sulla sua condizione di precarietà e incertezza/relatività nel trovare una via di uscita.

Con Morris tale riflessione, non più solo mentale, si fa freudianamente anche esplorazione del conscio e dell’inconscio. Essa risponde al bisogno di indagare lo smarrimento emozionale che fa ancora dell’io il più misterioso dei labirinti.

 

 
 

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