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Qual è il
percorso che stiamo facendo?
Ricapitoliamo.
In origine l'uomo vive fra gli uomini e fra gli altri esseri e cose che
gli si danno in natura.
Avevano nomi le cose per l'uomo?
La bibbia dice che Dio creò il mondo dicendo il nome delle cose: 'che
sia la luce', e la luce fu.
Ma non dette il nome a tutte le cose che creò. Creò l'uomo e lo portò
davanti alle cose affinché l'uomo desse nome alle cose. E così fu.
Ma non trovò l'uomo un essere per la sua compagnia. Fu così che Dio
indusse un sonno profondo in Adamo, gli estrasse una costa e ne costruì
la donna affinché fosse la sua compagna: 'ossa delle mie ossa e carne
della mia carne'. E Adamo dette nome alla donna, Isa, sua simile, tratta
da lui.
Dopo Dio, Adamo poté dare nome alle cose. Come Dio, il cui nominare
creava, così l'uomo nominando creava.
Come poteva l'uomo creare ciò che era già stato creato?
Nominando le cose Adamo creava il proprio possesso. In qualche modo
misurava. Misurava la distanza fra sé e le cose, stabiliva i rapporti.
Dando il nome stabiliva la distanza fra sé e ogni singola cosa. Secondo
la natura di ogni singola cosa. Adamo non poteva forzare i limiti della
natura delle cose. Non poteva far diventare propria compagna una cosa
qualunque che gli si poneva davanti. Solo davanti alla donna sentì la
vicinanza della creazione. La donna ebbe quindi il suo nome, Isa, madre
di tutti gli uomini viventi, la sua compagna, il cui nome stabiliva il
rapporto di vicinanza più stretto. Isa fu quindi la sua compagna.
Ci fu un tempo dunque in cui l'uomo si trovò nel mondo, senza che le
cose del mondo avessero per lui un nome. L'uomo dovette dare un nome
alle cose per entrare in contatto con esse, misurare la distanza
possibile tra sé e ciascuna di loro, e stabilire, con ciascuna, il
giusto rapporto. Di ogni cosa creata dovette ripetere l'atto creativo,
per portarle nel proprio cerchio, per rifarle a propria immagine e
somiglianza.
Nominare non è dunque propriamente creare', ma ri-creare, ridurre a sé.
Il processo non è ancora finito. Non solo continuiamo a scoprire cose
della natura che non avevamo ancora scoperto - alle quali dobbiamo
dunque dare un nome - ma, penetrando nelle viscere della natura,
scopriamo cose della natura totalmente nuove per i nostri occhi
naturali, le nostre protesi ottico-matematiche ci fanno entrare in una
natura molecolare, atomica, astrale, di cui non percepiamo i confini ma
nella quale continuamente, indefinitamente, scopriamo cose da misurare,
a cui rapportarci, cose alle quali quindi dobbiamo dare il nome che loro
compete.
Non solo, costruiamo oggetti, quotidianamente, che ci invadono e ci
circondano e si pongono come la forma nuova della natura, da nominare di
nuovo.
Ma davvero nominare vuol dire ri-creare, stabilire un rapporto?
E' vero. Tanto vero che i rapporti che stabiliamo con la nominazione
creano legami indissolubili.
Prima del nome la traccia mnestica di ogni cosa che abbiamo incontrato è
evanescente, destinata a svanire con lo svanire della presenza della
cosa.
Dopo il nome la presenza di ogni cosa si installa stabilmente nel
pensiero dell'uomo, pronta a riaffiorare ad ogni atto di volontà o ad
ogni percorso interiore che una qualsiasi inconscia ragione, per un
qualunque bisogno sconosciuto, riporti la cosa, con il suo nome, alla
coscienza dell'uomo. Alla sua presenza.
Ma, come sappiamo, nominare non vuol dire creare, ma ri-creare, cioè
stabilire un rapporto.
Che succede quando al nome, che è un atto creativo di secondo livello,
viene a mancare la cosa cui il nome si riferisce?
Il nome crea un legame indissolubile. Non si può annullare. Il nome
senza la cosa crea il bisogno della cosa. L'assenza della cosa diventa
il bisogno di una presenza, bisogno antropologico. Bisogno quasi
biologico se non ci fosse stata quella breve assenza di nomi dal momento
della creazione dell'uomo al momento della sua attività nominatrice.
Bisogno che spinge l'uomo all'atto creativo della presenza, a creare le
immagini delle cose cui i suoi nomi si riferiscono anche in assenza di
esse.
Ma un quadro è soltanto una tela con dei colori sopra. Non è quindi la
cosa. E' soltanto un placebo. Il bisogno indotto dal nome della cosa è
soltanto lenito dall'immagine della cosa. L'immagine può soltanto lenire
in attesa che la cosa torni di nuovo in presenza.
Ma perché una tela con dei colori può lenire il bisogno della cosa?
Perché la cosa stessa ci si presenta come immagine. O meglio, il suo
presentarsi come immagine è un aspetto importante della sua presenza.
Per quanto attiene a questo aspetto importante, nella sua funzione di
mimesis, l'immagine può lenire.
Ma se, almeno per un aspetto, la cosa mi si stabilisce presente con la
sua immagine, ciò vuol dire che la percezione delle immagini è un modo
di vivere la presenza. E la percezione delle immagini stabilisce una
presenza seguendo le leggi del rapporto delle immagini con l'uomo.
In certo senso lo stabilire un rapporto con il mondo delle immagini in
quanto scisse dalle cose, è un modo di stabilire un rapporto con le cose
della natura entrando nelle sue viscere, cioè sviscerandola, dividendo
ciò che si dava unito e vedendo in una parte di una cosa - la sua
immagine - una cosa in sé - l'immagine-della-cosa. Il mondo
dell'astratto trova qui il senso del suo rapportarsi, a un livello
diverso, al mondo delle cose.
Ma che succede al mondo delle cose che ci circondano una volta che sono
state rappresentate in immagini e poi sostituite o minacciate da
immagini-senza-cose?
i nomi continuano in gran parte a stare nella nostra testa come tendenza
al rapporto con le cose nella loro essenza.
Come ritrovare l'essenza delle cose? Come perseguire il rapporto con
quelle cose che i nostri nomi ci spingono a ristabilire?
Parafrasando Nietzsche potremmo dire che 'il rimedio è stato peggiore
del male'. Se la nominazione è stata una ri-creazione e se la
ri-creazione ha creato la fonte del bisogno della cosa nella mente
dell'uomo, l'arte, che ha cercato di alleviare il senso della mancanza
con le immagini, ha diviso l'immagine delle cose dalla loro essenza, sì
che l'uomo si è trovato fra le immagini delle cose anche quando aveva di
fronte le cose, percependo come immagine tutto ciò che incontrava senza
più riuscire a percepire sostanze, dubitando di tutto, incapace di
ristabilire rapporti: in un mondo di immagini, si è sentito solo.
L'arte allora ha cercato un nuovo rimedio, ha cercato di svelare se
stessa. Più esattamente, una parte dell'arte ha cercato di svelare
l'altra.
La prima cosa che ha fatto è stata quella di far invadere i luoghi
dell'arte dalle cose in quanto cose, con la loro indiscussa corporeità.
Corporeità indiscutibile, una presenza la cui immagine rimanda
immediatamente alla corporeità dell'oggetto, l'orinatoio di Duchamp fa
vacillare il senso dell'immagine in quanto immagine e si impone per il
suo essere-oggetto-per-l'uomo.
Delvoye ha fatto un'operazione più sottile, ha usato la propria perizia
nell'elaborare le immagini secondo la tradizione artistica usando però
materiali o componenti stilistiche che, superando la propria potenza
evocativa in quanto immagine, spezzavano proprio questa potenza
rimandando prepotentemente alla cosa indivisa, alla sua sostanza
indiscutibilmente corporea: escrementi, fette di salame, strizzamento di
brufoli.
Se l'immagine è la separazione della percezione dell'uomo dalla cosa che
produce la percezione, l'immagine dell'immagine svela il carattere
illusorio dell'immagine stessa e ne recide il rapporto con la cosa
rappresentata, mantenendo l'integrità della cosa tramite l'isolamento
dell'immagine in un cortocircuito con l'immagine di se stessa.
Le foto di Benigni, di Putin, di Schwarzenegger cessano di scindere
Benigni, Putin e Schwarzenegger in eventi reali e immagini di essi, una
volta che sappiamo che quelle foto non sono le foto degli uomini ma foto
delle loro riproduzioni di cera: l'immagine della foto si consuma nel
suo rapporto con l'immagine della statua di cera e noi possiamo pensare
a Benigni come a un'assenza, quindi come ad un'integrità.
Ma i modi di una nuova cura, come, sapete, sono infinite.
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