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La volta del San Carlino, finita nell'anno domini
1640, era piaciuta subito; "opera così degna , così rara a parer di
tutti, che pare non si trova altra simile nello artificioso e
capriccioso, raro e straordinario in tutto il mondo" aveva a suo tempo
scritto il committente. Poteva essere ben contento, pensava Francesco
Castelli, detto il Borromini, anche quel monsignor Diego, che in un
certo senso gli avevano messo appresso e che aveva dovuto contentare in
certe sue idee. D'altronde non aveva potuto esimersi, perché sembrava
lui il vero committente, e i contatti con i trinitari spagnoli per la
ricca commessa, sei anni prima, erano passati dal monsignore in
questione. Era stato il primo grande lavoro tutto suo, chiesa convento e
chiostro, e da cominciare subito. Non era stata una faccenda come quella
di Sant'Ivo alla Sapienza, di cui era stato nominato architetto, ma
erano otto anni che non se ne faceva di nulla. Qui, subito all'opera, e
poi altre committenze. Finiti i tempi quando ancora lavorava come aiuto
ai più fortunati.
Don Diego lo aveva poi stuzzicato a far finalmente vedere quant'era
bravo e inventore anche con la faccenda degli spazi esigui entro i quali
avrebbe dovuto operare, e venne così la storia del San Carlino che
poteva stare nel perimetro di un pilastro della basilica massima della
cristianità: San Pietro. Egli si era subito accorto che il monsignore
suggeriva, gentilmente, ma in maniera molto decisa, con l'occhio
grifagno che intimidiva anche un burbero come lui, suggeriva di dare un
rilevante slancio verticale alla chiesa pilastro. Aggiunse l'idea del
tempio come albero della vita, ma su questo argomento si accorse che
Borromini lo seguiva poco Anzi fra sé e sé il nostro architetto
cominciava a pensare, rispettosamente, che il prelato fosse un poco
debole nelle venerabili meningi, d'altronde doveva essere molto vecchio,
asciutto e incartapecorito com'era, con quel colorito olivastro da idolo
senza tempo. Forse, pensava Francesco, era marrano, comunque l'energia
che emanava, anche nella voce, mai alta, ma perentoria, non consentiva
di dare sentenze sulla sua reale età. Era la sfida del problema da
risolvere, senza fare un obbrobrio, che lo aveva, come dire, conquiso. E
poi il monsignore aveva tirato fuori quel curioso disegno, che nelle sue
desiderata doveva servire per i cassettoni del soffitto. Lo aveva già
visto in pavimenti musivi romani. Ottagoni croci ed esagoni schiacciati,
questi ultimi gli ricordarono subito, chissà perché, le mandorle
medievali che circondavano l'immagine della Vergine. Il curioso, per il
disegnatore di architetture, risultava questo: che la misura di ogni
singolo segmento di quella quantità ordinata di piccoli segni che
incastrandosi si generavano senza apparente fine era uguale, e come il
modulo della colonna creava i rapporti delle antiche costruzioni, così
quella unica lunghezza giustificava l'uniformità di quella varietà.
A monsignor Diego quel disegno premeva, ma non si spiegava come aveva
fatto per l'idea del pilastro. A Francesco subito non parve che il
motivo fosse legato, nel complesso disegno del prelato, alla semplice
presenza delle croci; quegli ottagoni erano l'elemento più "grosso" del
disegno, mentre gli esagoni sembravano un riempitivo, ed erano
l'elemento più piccolo: sospettò sul momento solo che ci fosse un
significato trinitario. Il prelato disse solo che il cassettonato del
soffitto doveva significare "i cieli innumeri del creato, quasi un
microcosmo entro la scorza dell'albero della vita, significati da
frutti, foglie e 'l legno prezioso della croce". Francesco si era
rispettosamente segnato, ma non era convinto: quegli ottagoni non eran
pomi, e se eran "grossi" si doveva al rispettar la misura, altro doveva
essere l'antico significato. Da quel colloquio cominciò a studiare il
complesso di cose da risolvere in modo acconcio a lui e che
soddisfacesse i desiderii del monsignore intermediario della
committenza, che poi alla fine, il committente sembrava proprio don
Diego.
La prima questione, quella del pilastro, l'aveva risolta con un ovale
impostato su due triangoli equilateri contrapposti, e per dargli lo
slancio suggeritogli, aveva messo su una cupola, dove il cielo
suggeritogli dal monsignore si torceva in un ellisse (evviva le nuove
matematiche, evviva le nuove circulazioni de' pianeti) che ne riportava
l'ordito a una fuga verso l'alto, dove l'infinito era suggerito
dall'ordine curvo che continuava il senso dell'interno della chiesa. Il
cielo diventava chiuso nel pilastro, e prospetticamente verticale,
troncato in basso dall'architettura dell'interno e la sua ascesa non
rappresentabile era celata dall'anello dorato della dedica del tempio:
SANCTISS.TRINITATI.BEATOQ.CAROLO.BORROMEO.D.AN.SAL.M.DCXL+
.
Centrale, in un ottagono allungato dai contorni convessi, formato da
raggi scuri, un altro ovale dorato su cui, inscritti nel triangolo
(equilatero) i segni trinitari. Così ci fu l'albero della vita di
monsignore, il microcosmo celato nelle viscere del tempio della
cristianità, assorbito come l'empireo sognato da Dante, nel punto
infinito che in realtà, con il gioco prospettico inverso, tutto
contiene. La fuga verso l'alto era di tre soli ordini, di otto croci
scavate, affiancate da otto ottagoni, che risultavano ancor più scavati,
perché ribaditi all'interno da cerchi, circondati dalle nicchie
anch'esse cave degli esagoni. Il tutto rendeva tumultuosa l'immagine del
cielo e i vuoti suggerivano un ordine vorticoso, solido, ma come sospeso
su cose ignote, e forse da ignorare. La soluzione era piaciuta a chi di
dovere, pensava il Borromini, e i reconditi messaggi non avevano
arricchito o sminuito lo stupore che la bellezza della sua opera con
merito suscitava, non erano, cioè e per fortuna, passati. Perché bisogna
pur dire che a Roma certi simboli non chiari in materia di santa
religione o di modernità estranie era meglio "schifarli".
Perché poi bisogna dire che nuovi pensieri erano intervenuti nella
ricerca delle soluzioni. Rimestando sul mosaico famoso e sulla misura
unica, aveva cercato quale fosse il disegno di base che provocava
l'incastro generale e infinito della tela. La croce non giustificava, né
era in grado di generare il disegno, non presentando i segni obliqui
,d'altronde i segni più casuali, anche per la disposizione erano gli
esagoni. Bisognava tornare agli ingombranti ottagoni: se avessero avuto
delle sensate prolunghe? C'erano: si potevano ricavare soli coi raggi
curvi o uncinati, come già negli antichi si trovavano le croci a uncini.
Fatto il disegno dell'ottagono a quattro uncini, il loro semplice
incastro in obliquo generava l'intera struttura, cioè le croci e gli
esagoni.

Questo otto così pressante e ricorrente nei suoi pensieri, ora aveva un
senso e dava una direzione alle sue supposizioni. Ecco che la fuga dei
soli verso l'alto generava le croci, tutto aveva origine da questi soli,
o era il suo fantasticare che dava di fuori. E l'ultima cosa: quei soli
non erano l'elemento semplice, l'ordito elementare che si ripeteva tutto
generando era una specie di sette che ruotando dal suo punto centrale
creava il sole. Sogni da matto e inutili, si diceva, ma il fatto della
creazione del sole da un vuoto gli ricordava, perniciose per quei tempi,
antiche storie romane di credenze e eresie. Cosicché era curioso di
saperne di più, anche dal monsignore, ma non osava pur rimanendo con
questa sorta di fissazione, che stava diventando un incubo.
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