Modena, gennaio 2005: Visita di Aparte alla
Action Painting
Annamaria Mazzetti
 
 
   

 

La mostra "Action Painting. Arte Americana 1940-1970: dal disegno all'opera", allestita al Foro Boario di Modena, ha aperto il nuovo anno di visite artistico-culturali della nostra associazione Aparte.

Garanzia della qualità e dello spessore culturale del progetto è la prestigiosa istituzione americana, cui la Fondazione Cassa di Risparmio di Modena è legata da tre anni, la collezione Peggy Guggenheim: dai musei di Venezia e di New York giungono infatti molte delle oltre cento opere, mentre altre sono state concesse da collezioni private e dagli archivi degli artisti.

 

 

 
 

Al fine di illustrare le tappe creative, antecedenti alla versione pittorica definitiva, è visibile un'interessante serie di opere su carta e disegni preparatori, a significare come dietro l'esternazione immediata, ci fosse una intensa elaborazione del pensiero.

A contenere questa stupenda carrellata di capolavori è una scenografia di grande suggestione, costituita da una pavimentazione sopraelevata, composta da assi di legno particolarmente "sonora" e, per certi versi "disturbante", ideata dal curatore Luca Massimo Barbero.

Il tutto concorre alla realizzazione di un percorso artistico, capace di suscitare nell'osservatore una infinita gamma di emozioni dinanzi ad uno dei momenti di maggiore capacità innovativa dell'arte contemporanea: quello della "pittura d'azione".

 

 
 

Siamo dinanzi ad un'arte mai vista prima, legata all'esempio del tedesco Hofmann, ma originale nell'inventare se stessa, come se niente ci fosse stato prima, trovando nel contesto culturale locale, le motivazioni più autentiche.

Gli artisti della cosiddetta Scuola di New York, non appartengono ad un preciso movimento con programmi definiti, ma la loro pittura, indicata appunto "Action Painting", che nelle prime apparizioni fu definita "Espressionismo astratto", riflette solo in parte il contesto, che si sviluppa secondo due tendenze.

 
   

Un versante gestuale è rappresentato da Pollock che fa gocciolare il colore (dripping) lavorando sulle tele dall'alto, avendo padronanza dei quattro lati, traducendo in immagini astratte l'azione stessa del dipingere.
Lo stesso Pollock, riguardo alla sua arte asserisce: "Quando sono nel mio quadro non sono cosciente di quel che faccio. Solo dopo una specie di presa di coscienza vedo ciò che ho fatto. Non ho paura di fare cambiamenti, di distruggere l'immagine, perché un quadro ha una vita propria".
L'affermazione di Pollock non può che farci riflettere sull'importanza dell'autoanalisi e sulla "scoperta del sé", riconducibile a Sigmund Freud, al quale è impossibile non attribuire una delle più rilevanti rivoluzioni del pensiero scientifico del XX secolo: la dimostrazione di una dinamica inconscia della psiche, capace di influenzare e determinare i comportamenti coscienti.

 
 

 

 
   

Al versante gestuale appartiene anche Willem De Kooning che, oscillando tra figurazione ed astrazione, manipola il colore con gesti vigorosi e liberi da condizionamenti, che mirano a suscitare un'emozione o un'idea, attraverso l'opera, mentre Franz Kline sostituisce il colore con una tavolozza "ascetica" in bianco e nero.
Un versante contemplativo e misticheggiante con opere caratterizzate da grandi campiture di colore è rappresentato invece da Rothko che, alla fine degli anni quaranta, elimina tutti i riferimenti figurativi, mentre lo sfondo astratto, che si trova al di là dell'evento pittorico in primo piano, gradualmente diventa il soggetto vero e proprio della sua produzione artistica.

 
 

 

Di grande impatto fisico è l'opera presente in mostra, "Nero, giallo, rosso su rosso", in cui l'alternanza dei colori determina gli spazi ed evoca una palpabile sensazione di infinito.
Un altro dipinto di Rothko sul quale vorrei soffermarmi è un acrilico su tela di grandi dimensioni, "Senza titolo (nero su grigio)" la sua ultima opera, realizzata nel 1970, poco tempo prima del suo suicidio. Dallo "spleen", inteso come malinconia esistenziale, egli attinge creatività che traduce in opera d'arte.

Un pittore che rappresenta un pianeta a sé, anche se per contingenze storiche è stato etichettato "action painter" è il greco-americano Baziotes.

 

 
 

Egli infatti teorizza: "Nella pittura amo l'aspetto misterioso, l'immobilità e il silenzio" tre prerogative che non sembrano a che fare con il lemma "azione".
Inoltre, a proposito delle sue opere, continua dicendo: "Voglio che i miei dipinti facciano effetto molto lentamente, in modo da ossessionare, perseguitare, stregare".
Questa sua citazione si può definire un mantra ipnotico, un'azione sì, ma di tipo interiore, che avviene nel silenzio della meditazione. "Acquatico" è il titolo della sua opera esposta in mostra, in olio su tela del 1961.

 
 





Per manifesto della mostra è stato scelto un dipinto di A. Gottlieb, "Luminescenza verde" del 1970, dove lo spazio è suddiviso in due parti: una superiore, dove è configurato un cerchio e una sottostante, dove è rappresentata una forma esplosiva; il tutto in un ordine oggettivo e consapevolmente disciplinato.


 

 
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