|
|
Gnoli e Lo Savio
Claudio Balducci
Il museo è come un tempio. Come una
chiesa, un teatro, una scuola.
E' uno spazio delimitato. Una separazione. Quando si
entra nello spazio del sacro, si lascia il mondo
all'esterno. Si lascia fuori la nostra tensione di
agire, si lascia l'attesa dell'imprevisto, la reazione
alla difesa, la spinta all'offesa.
Lo spazio del sacro è uno spazio protetto. La regola è
l'abbandono. Resta una tensione soltanto: quella
indocile ad abbandonare il mondo, a dimenticarlo, a
rassegnarci all'isolamento del sacro, a rinunciare
all'azione.
Lo spazio del sacro non è la sospensione
dell'imprevisto, né della tensione a inquadrarlo, né
della tensione a manipolarlo dentro di noi. Ma, appunto,
dentro di noi. Le nostre azioni possono essere soltanto
interiori; esteriormente dobbiamo assoggettarci al
potere del mondo che il sacro ha pre-costituito. Il
potere della morte, laddove la morte si congiunge alla
vita, la illumina e la riempie di senso.
Essendo la vita nel mondo, ed essendo il mondo della
vita il mondo della lotta per la vita, la vita viene
persa nel mondo. La vita viene dimenticata perché il
mondo viene dimenticato. Lottando per la vita si
dimentica il mondo, ed essendo la vita il rapporto col
mondo, dimenticando il mondo perdiamo la vita. Perdiamo
il senso di ciò che ci circonda, il rapporto profondo
con l'oggetto che ci sta davanti, che usiamo, che usiamo
quotidianamente, che usiamo per vivere, per sopravvivere
e che nell'ansia di sopravvivere dimentichiamo.
A proposito, chi si accorge di una povera tazza di W.C.
che pure incontriamo ogni giorno. Della sua anatomica
funzionalità, della ricerca estetica che rappresenta,
dell'associazione di esperienza e lavoro che è costata.
Il gesto artistico di Duchamp l'ha prelevata
dall'immondizia e l'ha collocata nello spazio sacro del
museo, nel luogo dell'abbandono, laddove la lotta per la
vita è sospesa, laddove la tazza non sta più lì per
essere usata, ma sta lì per essere guardata, contemplata
costituendo la stessa differenza che Sartre individuava
fra le parole del prosatore e quelle del poeta o tra il
gesto di chi prende un vaso nel mondo della vita e il
gesto del danzatore che prende un vaso nello spazio
sacro del teatro: l'uomo nel mondo vede il vaso solo per
soddisfare il suo bisogno e non vede nient'altro, nel
vaso stesso è solo il proprio bisogno che vede; il
danzatore prende il vaso per fare un bel gesto ed è il
gesto che esalta, e il vaso e l'intera atmosfera
d'intorno.
Domenico Gnoli:
"Mi servo sempre di elementi dati e semplici, non voglio
aggiungere né togliere nulla. Non ho mai avuto voglia
nemmeno di deformare: isolo e rappresento. I miei temi
sorgono dall'attualità, dalle situazioni familiari,
dalla vita quotidiana; è perché non intervengo mai
attivamente contro l'oggetto che risento la magia della
sua presenza."
Anche Domenico ha deformato e rappresentato, ha dipinto
scenografie, ha fatto caricature. Ma ciò che importa è
il percorso, la linea che l'ha portato ad abbandonare
ciò che è ricerca di senso rappresentando le cose per
arrivare invece, in modo sempre più chiaro a guardare le
cose, i dettagli, una scarpa, il bavero di una camicia,
una cerniera semiaperta, ciò che ci circonda senza
attirare il nostro sguardo e che diventa l'oggetto,
diventa il mondo di oggetti che Domenico costruisce per
circondarci di una presenza che ci circonda già senza
che la degnamo di uno sguardo ma che dobbiamo guardare
nell'universo del sacro, sì che la ritroviamo come
presenza conosciuta e nuova nello stesso tempo.
Francesco lo Savio:
"Sensibilizzare lo spazio vuoto, inteso come momento
dinamico della luce, può essere l'azione iniziale di un
processo che tende all'affermazione di una nuova realtà,
un'indagine essenziale nei confronti di quest'ultima
conduce all'immediata negazione di ogni precedente
esperienza: quindi ad una libertà d'azione che sembrava
preclusa. Libertà che annulla l'ansia della fine e
propone un'esperienza che potrà vivere nel futuro."
Una tela marrone è una tela marrone. Una grande tela
marrone è una tela marrone grande. C'è un gioco intenso
nel centro, uno spessore appena percettibile. Ma nello
spazio del sacro lo dobbiamo guardare. Lo notiamo, è ciò
che notiamo con fatica, con sforzo, uno sforzo che
facciamo e che suggerisce una forza interiore alla tela,
una potenza in attesa, un big bang imminente.
Una lastra di metallo nera è una lastra nera di metallo.
Accanto a un'altra e un'altra. Forme diverse che ci
costringono a sentire il luogo in cui siamo, a pensarci
in quel luogo. Non altrove, con i nostri pensieri. Non
noi stessi con noi, ma noi in questo luogo, nel presente
che ci circonda, inaspettato, obbligante, imperioso e ci
parla e ci dice: vivi il presente.
|