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Gnoli e Lo Savio

l'intervista

extra

il numero 1 (maggio 2004)

 

Gnoli e Lo Savio

Claudio Balducci

Il museo è come un tempio. Come una chiesa, un teatro, una scuola.
E' uno spazio delimitato. Una separazione. Quando si entra nello spazio del sacro, si lascia il mondo all'esterno. Si lascia fuori la nostra tensione di agire, si lascia l'attesa dell'imprevisto, la reazione alla difesa, la spinta all'offesa.
Lo spazio del sacro è uno spazio protetto. La regola è l'abbandono. Resta una tensione soltanto: quella indocile ad abbandonare il mondo, a dimenticarlo, a rassegnarci all'isolamento del sacro, a rinunciare all'azione.
Lo spazio del sacro non è la sospensione dell'imprevisto, né della tensione a inquadrarlo, né della tensione a manipolarlo dentro di noi. Ma, appunto, dentro di noi. Le nostre azioni possono essere soltanto interiori; esteriormente dobbiamo assoggettarci al potere del mondo che il sacro ha pre-costituito. Il potere della morte, laddove la morte si congiunge alla vita, la illumina e la riempie di senso.
Essendo la vita nel mondo, ed essendo il mondo della vita il mondo della lotta per la vita, la vita viene persa nel mondo. La vita viene dimenticata perché il mondo viene dimenticato. Lottando per la vita si dimentica il mondo, ed essendo la vita il rapporto col mondo, dimenticando il mondo perdiamo la vita. Perdiamo il senso di ciò che ci circonda, il rapporto profondo con l'oggetto che ci sta davanti, che usiamo, che usiamo quotidianamente, che usiamo per vivere, per sopravvivere e che nell'ansia di sopravvivere dimentichiamo.
A proposito, chi si accorge di una povera tazza di W.C. che pure incontriamo ogni giorno. Della sua anatomica funzionalità, della ricerca estetica che rappresenta, dell'associazione di esperienza e lavoro che è costata. Il gesto artistico di Duchamp l'ha prelevata dall'immondizia e l'ha collocata nello spazio sacro del museo, nel luogo dell'abbandono, laddove la lotta per la vita è sospesa, laddove la tazza non sta più lì per essere usata, ma sta lì per essere guardata, contemplata costituendo la stessa differenza che Sartre individuava fra le parole del prosatore e quelle del poeta o tra il gesto di chi prende un vaso nel mondo della vita e il gesto del danzatore che prende un vaso nello spazio sacro del teatro: l'uomo nel mondo vede il vaso solo per soddisfare il suo bisogno e non vede nient'altro, nel vaso stesso è solo il proprio bisogno che vede; il danzatore prende il vaso per fare un bel gesto ed è il gesto che esalta, e il vaso e l'intera atmosfera d'intorno.

Domenico Gnoli:
"Mi servo sempre di elementi dati e semplici, non voglio aggiungere né togliere nulla. Non ho mai avuto voglia nemmeno di deformare: isolo e rappresento. I miei temi sorgono dall'attualità, dalle situazioni familiari, dalla vita quotidiana; è perché non intervengo mai attivamente contro l'oggetto che risento la magia della sua presenza."
Anche Domenico ha deformato e rappresentato, ha dipinto scenografie, ha fatto caricature. Ma ciò che importa è il percorso, la linea che l'ha portato ad abbandonare ciò che è ricerca di senso rappresentando le cose per arrivare invece, in modo sempre più chiaro a guardare le cose, i dettagli, una scarpa, il bavero di una camicia, una cerniera semiaperta, ciò che ci circonda senza attirare il nostro sguardo e che diventa l'oggetto, diventa il mondo di oggetti che Domenico costruisce per circondarci di una presenza che ci circonda già senza che la degnamo di uno sguardo ma che dobbiamo guardare nell'universo del sacro, sì che la ritroviamo come presenza conosciuta e nuova nello stesso tempo.

Francesco lo Savio:
"Sensibilizzare lo spazio vuoto, inteso come momento dinamico della luce, può essere l'azione iniziale di un processo che tende all'affermazione di una nuova realtà, un'indagine essenziale nei confronti di quest'ultima conduce all'immediata negazione di ogni precedente esperienza: quindi ad una libertà d'azione che sembrava preclusa. Libertà che annulla l'ansia della fine e propone un'esperienza che potrà vivere nel futuro."
Una tela marrone è una tela marrone. Una grande tela marrone è una tela marrone grande. C'è un gioco intenso nel centro, uno spessore appena percettibile. Ma nello spazio del sacro lo dobbiamo guardare. Lo notiamo, è ciò che notiamo con fatica, con sforzo, uno sforzo che facciamo e che suggerisce una forza interiore alla tela, una potenza in attesa, un big bang imminente.
Una lastra di metallo nera è una lastra nera di metallo. Accanto a un'altra e un'altra. Forme diverse che ci costringono a sentire il luogo in cui siamo, a pensarci in quel luogo. Non altrove, con i nostri pensieri. Non noi stessi con noi, ma noi in questo luogo, nel presente che ci circonda, inaspettato, obbligante, imperioso e ci parla e ci dice: vivi il presente.

[l'associazione]

 

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